A partire da Tangentopoli in Italia si è preferito risolvere i conflitti politici non attraverso il confronto delle idee, ma con la scorciatoia giudiziaria. Se alcuni potenti partiti della Prima Repubblica, quelli che erano eredi a vario modo della Resistenza, della Costituzione e del Miracolo Economico, furono liquidati da inchieste giudiziarie, i partiti personali della Seconda Repubblica, al confronto, sono fuscelli che girano dove gira il vento.

Così Berlusconi, al di là dei suoi demeriti politici, è stato combattuto nelle aule dei tribunali anche se soltanto la crisi finanziaria del 2011 lo ha costretto alle dimissioni (ed ora, nonostante sentenze di condanna passate in giudicato, è ancora lì). L’Idv di Di Pietro è stata fatta fuori con una puntata di Report, così l’Udeur di Mastella (in entrambi i casi senza conseguenze penali, però). Persino la Lega di Bossi stava per scomparire a seguito delle indagini della magistratura e delle rivelazioni della stampa, prima della virata e rinascita con Salvini.

Lo stesso, in molti, vorrebbero avvenisse con Renzi. Tra i molti ci sono anche tantissimi renziani della prima ora – cosiddetti – o, meglio, finto-renziani della prima ora. Quelli che furono conquistati dall’arrivo di un quarantenne a Palazzo Chigi, che le televisioni inquadravano sempre affrettato, sorridente, ciarliero. Uno che faceva apparire i ragazzotti baldanzosi del M5S tetri come vecchi funzionari del comunismo in Bulgaria. Era pieno di hashtag, #cambiaverso, #lavoltabuona. Tutto era stato preceduto da #enricostaisereno, una squallida manovra di Palazzo.

In molti, nel corso degli anni, hanno dichiarato di essersi sentiti “traditi” da Renzi, dal suo governo, dal Pd. Lo dice sempre ad esempio Travaglio; in qualche modo lo ha detto persino Tomaso Montanari, che partecipò alla kermesse renziana Leopolda, nel 2011; ma anche tanti “discorsi da bar” riportano questo sentore.

Il problema è che sono saltati i giudizi di tipo politico; prevalgono, appunto, quelli etici ed estetici. Non rubare, essere giovani, saper comunicare. Eppure sarebbe stato così semplice grattare appena al di sotto delle apparenze, e cogliere in Renzi – che, per altri versi, mi sarebbe pure simpatico – non “una novità” ma l’accentuazione della politica che in Italia negli ultimi 25 anni viene riproposta senza interruzioni. 

Quella del dominio del mercato sulla società, della forza dei capitali che si impone sugli Stati, della precarizzazione del lavoro, delle privatizzazione del welfare.

Lo diceva chiaro e tondo e la stampa italiana gli tirava il carrozzone: “Dimostreremo che non è vero che l’Italia e l’Europa sono state distrutte dal liberismo ma che al contrario il liberismo è un concetto di sinistra, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore” diceva già nel 2012. Liberismo spinto.

Purtroppo per lui e per i suoi adulatori – compresi tanti giornalisti – non solo le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair erano liberismo ed erano (sono) di destra, ma soprattutto erano già nel 2012, e ancor più oggi, superate dalla storia. La “Terza Via” blairiana, il mercato che si autoregola e crea ricchezza per tutti in un mondo a libera circolazione dei capitali (la famosa globalizzazione) sono stati accantonati dalla storia dopo la crisi finanziaria avviata nel 2008. Più che altro, è sembrato incredibile che per risolvere i problemi creati dal liberismo sia stato imposto, in Italia, un governo iper-liberista (Monti) e un baldanzoso ragazzo fiorentino sia apparso come “nuovo” nonostante suonasse una musica fuori dal tempo della storia.

Sarebbe urgente una presa di coscienza collettiva sulle cause politiche del fallimento del renzismo. E sul perché milioni di italiani ancora oggi – non nel 1997, quando non vi era una netta controprova storica – credano al liberismo o non distinguano il liberismo dal socialismo.

Invece, purtroppo, stiamo rischiando che il renzismo venga fatto fuori per colpa di incauti magheggi bancari e dell’ombra di un vago malaffare. Sarebbe molto grave se accadesse questo anche stavolta, perché alle prossime elezioni i cittadini sarebbero convinti che basterebbe scegliere un politico “più onesto” per risolvere problemi che non sono (solo) etici ma prima di tutto politici.

Per concludere, ho ricordato che il giorno della vittoria di Tony Blair in Gran Bretagna, il 1° maggio 1997, ero in Piazza San Giovanni di Roma per il concerto del Primo Maggio e quella sera si esibirono i britannici Blur, gruppo di culto del Brit Pop dei 90’s. Damon Albarn, front-man dei Blur, nella pausa tra i due pezzi eseguiti, si felicitò perché finalmente in Gran Bretagna era cambiato il governo dopo 18 anni di Tories guidati da Margaret Thatcher. Ecco, allora magari un Albarn poteva credere al blairismo. Oggi, cari italiani, no.

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