La crisi (irreversibile?) dell’Unione Europea e della moneta che la rappresenta, l’euro, sta nuovamente alimentando la discussione tra favorevoli e contrari all’uso della moneta senza Stato e alla stessa permanenza nell’Unione.

Per semplificare, il confronto ha alle estreme due posizioni inconciliabili: coloro che non vorrebbero mai abbandonare l’euro fino ad una sua eventuale rottura, e coloro che invece vorrebbero immediatamente rinunciarvi, senza neanche dialogare con le istituzioni europee e gli altri Stati.

Di seguito, in sintesi, il modo con il quale potrebbe agire un governo che abbia a cuore il benessere dei propri cittadini e persegua gli obiettivi della Costituzione del 1948. Poiché risulta che i ministri e il Presidente del Consiglio giurino sulla Costituzione Italiana, e quindi siano obbligati a non tradirla.

PIÙ DEFICIT. IN EURO La Spagna ha toccato anche il 10% di deficit in un anno, la Francia naviga stabilmente sopra il 3%. In Italia invece i governi degli ultimi vent’anni hanno elemosinato la possibilità di escludere gli investimenti dal conto del deficit di bilancio. Inutilmente. Ultimo il Ministro Del Rio. Orbene, in una situazione di disoccupazione strutturale e oltretutto di disastri ambientali estesi, i Del Rio di turno sono obbligati ad espandere il deficit. Non devono chiedere. Se chiedono, danno una dimostrazione della propria inutilità politica; avanti il prossimo.

PIÙ DEFICIT. IN EURO. INTELLIGENTE Poche armi sono rimaste ai governi nazionali, una di queste è una certa discrezionalità nello scegliere come gestire la qualità della spesa e della tassazione (anche se fino ad un certo limite). Se l’Italia, giusto per arrivare al livello del deficit spagnolo, si permettesse un 3% di deficit in più di quanto previsto per il 2017, avrebbe a disposizione 45 miliardi da immettere nell’economia reale (il che equivale ad un Pil che aumenterebbe del 3 o 4% in un anno…). Tuttavia in questa fase, dove il governo italiano potrebbe essere ricattato dall’abbandono dell’ombrello della Bce, l’azione dovrebbe essere ben mirata. E quindi è prioritario intervenire nella detassazione, per così dire, a breve termine: Iva, contributi, assegni familiari. Ciò perché i cittadini dovranno subito percepire l’azione governativa, ed essere base del consenso per la battaglia più difficile. Eventuali interventi di investimento o programmi di piena occupazione, pur necessari, hanno bisogno di un orizzonte temporale di medio-lungo periodo che potrebbe venir soffocato dai negoziati che si dovrebbero aprire con l’Unione Europea.

SÌ O NO? Ecco, prima di valutare la domanda “euro sì / euro no“, bisognerebbe arrivare a questo punto. Se cioè venisse negato al governo italiano la possibilità di agire con un deficit minimo in una fase come l’attuale, la scelta sarebbe obbligata. Si dirà: la Commissione Europea e la Bce hanno più volte negato all’Italia di ampliare il deficit, chiedendo correzioni anche dello 0,1%, figuriamoci cosa accadrebbe se l’Italia volesse appropriarsi di 45 miliardi di euro in un colpo solo. Ciò è vero solo in parte. Perché i governi italiani, specialmente gli ultimi, non hanno mai sforato o se lo hanno fatto parliamo, appunto, di cifre offensive nella loro miseria. Di fatto però i governi italiani non hanno mai deciso di ampliare il deficit al livello degli altri paesi europei. Nessuno sa cosa accadrebbe.

SE SÌ / SE NO La Commissione potrebbe aprire una procedura di infrazione, ma il costo della multa sarebbe talmente basso da essere ampiamente ripagato dal deficit che si è speso a favore dei cittadini. La Bce potrebbe togliere l’ombrello e così i tassi di interesse sui titoli di stato salirebbero: tutto ciò, assieme ad una presumibile campagna di stampa terrorizzante, sarebbe un attacco al governo in carica. Che potrebbe cadere: tuttavia, se avesse agito in maniera intelligente, il segno lasciato dal governo dimissionario nella società italiana sarebbe tale che il consenso conseguito rappresenterebbe un macigno per il subentrante. La sconfitta sarebbe almeno servita ad indicare uno scenario: non sarebbe facile gestire nuovamente e col pugno di ferro la società italiana, e ripristinare tassazioni tagliate con tanta radicalità.

A QUEL PUNTO Appare chiaro che il sistema Eurozona sarebbe sostenibile se ciascuno Stato utilizzasse la parte di deficit necessaria per raggiungere un equivalente livello di benessere. Facile a dirsi, di fatto impossibile a realizzarsi. Dunque una Eurozona a deficit libero sarebbe, davvero, altrettanto instabile dell’attuale basata sull’austerità.

La cosa importante da capire è che vi sono degli accorgimenti tecnici per rendere meno gravoso il trapasso dalla moneta euro alla lira: non che questo sia immune da rischi, perché molto dipende dal governo in carica, dalla campagna stampa e dai tecnici deputati a gestire il passaggio, oltre che dalla situazione internazionale indipendente dalle scelte interne. Vi sono i cosiddetti CCF, certificati di credito fiscale, che consentono di creare nuova base monetaria restando nell’euro; vi è l’uscita alla Mosler, ovvero lasciando crediti e debiti in euro e avviando i pagamenti e la tassazione in lire.

Ma questi scenari saranno da affrontare in un secondo momento, anche se è bene tenerli presenti sia come alternativa negoziale (chi si presenta senza alternative praticabili esce sconfitto dai confronti) sia come paracadute nel caso la situazione dell’Eurozona degeneri ulteriormente e con rapidità.

Fingere invece che fuori dall’Eurozona si entri in una sorte di pianeta inospitale da fine della storia, non è un aiuto al nostro paese né alla stessa Europa e, in ultima analisi, è invece una porta spalancata a favore della vittoria dei peggiori nazionalismi.

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