Bisognerà smetterla di trattare l’Unione Europea e l’euro come un problema economico, perché si entra nel campo avversario, si riduce l’umanesimo a sottoprodotto dell’economia come se l’economia fosse tutto e il resto relegabile a immondizia culturale.

Non si sarebbe mai immaginato un Mazzini disquisire sui tassi d’interesse (sic!) di una Italia liberata e repubblicana, né un Pertini confinato ragionare su una eventuale svalutazione della lira se la stabilità politica del fascismo fosse venuta meno con il ritorno alla sana confusione repubblicana. Ci sarà dunque da approfondire quello che sta accadendo, come la Costituzione italiana è di fatto vuotata di senso da accordi e trattati sovranazionali. L’Italia non è più una “Repubblica fondata sul lavoro” ma una Repubblica fondata, nei fatti, nella totale aderenza della politica e della democrazia ai mercati finanziari (Napolitano ce lo ha ricordato spesso, senza vergognarsene).

Ecco allora che l’attacco con la clava de L’Espresso, una settimana fa, va considerato per quel che è: schizzi di fango di comunicazione terrorizzante di cui non occorrerebbe preoccuparsi né curarsi. Occorrerà legare tutti i puntini al momento sparsi nella pagina e faticosamente ridisegnare una coscienza repubblicana, costituzionale e democratica che non ha nulla a che fare con ex rettori della Bocconi aspiranti ministri i quali sparpagliano incuranti concetti vuoti a perdere, o schede che sanciscono senza dubbio che “senza euro sarebbe il disastro”, mentre il disastro ha colpito tutto il Continente proprio a causa dell’euro, mentre persino i paesi europei fuori dall’eurodisastro registrano dati economici migliori: basti vedere che nell’ultimo trimestre del 2013 la Svezia è cresciuta del 3,1%, la Gran Bretagna del 2,7%, la Polonia del 2,7%, la Turchia del 4,4%. Mentre, per restare nell’Occidente capitalistico, gli Usa, il Giappone e il Canada sono al 2,6%, l’Australia al 2,8%, e addirittura il Brasile all’1,9% e l’Argentina al 5,5%.

E cosa scrive L’Espresso? Il settimanale di De Benedetti è inquietante. “Code agli sportelli” in caso di fine dell’euro; “tutto vale meno” e qui arriva il bello: “Si calcola che nel caso della lira una possibile svalutazione tra il 30 e il 50 per cento e anche oltre“. Ora, il differenziale di inflazione tra Italia e Germania, da quando c’è l’euro, è attorno all’11%. Significa che, se vi fosse stata la lira, questa moneta avrebbe dovuto perdere l’11% del valore rispetto al marco (ma guadagnarne molto più, ad esempio, rispetto a Spagna, Grecia, Portogallo). Non sarà possibile una svalutazione del “50% e anche oltre” neppure desiderandolo, perché gli altri stati interverrebbero per acquistare lire e sostenerne il valore, altrimenti le merci italiane invaderebbero tutti i mercati e distruggerebbero la concorrenza europea (è quel che temono in Germania e per questo l’Italia viene tenuta così bloccata nei vincoli, a differenza di Francia o Spagna).

Ma vi sono “sfondoni” epici: “C’è il rischio che, a fronte di salari in lire, le rate del mutuo stipulato per acquistare la casa o le obbligazioni legate ai mercati internazionali restino in euro pena perdite clamorose da parte del sistema“. Eppure bastava leggere pagina 34 di questo documento. E inoltre “schizzerebbero i rendimenti dei titoli di Stato che però verrebbero ampiamente svalutati. Il debito pubblico ne risentirebbe”. Basta studiare la storia: i rendimenti dei titoli di Stato italiano schizzarono verso l’alto dopo l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo, e poi schizzarono ancora ma verso il basso il giorno dopo l’uscita dell’Italia dallo Sme, prototipo dell’euro, nel 1992.

Ed è cosa ovvia: per mantenere un cambio fisso occorre tenere tassi di interesse alti per compensare le troppe importazioni.

Nella scheda poi si fa riferimento a “prezzi boom” (quando di “boom” c’è solo il giornalismo cialtrone), si fa presente che le esportazioni riprenderebbero mentre, clamoroso, “Banche, imprese e al limite famiglie che si sono indebitate all’estero o con titoli soggetti al diritto internazionale potrebbero subire dalla svalutazione una vera e propria débâcle. Con il rischio di chiusure, fallimenti e disoccupazione“.

Peccato per L’Espresso che il 2013 sia stato l’anno record italiano per numero di fallimenti e per la disoccupazione. Con l’euro, ovvio.

Appunto il Terrore debenedettiano non ha armi (e si affida anche all’estremizzazione politica, come se l’estremismo della Le Pen non fosse pari a quello di uno Schauble o di un Olli Rehn), tanto che Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi in predicato di diventare ministro di Renzi al posto di Padoan, è costretto ad ammettere, a babbo morto, che il sistema euro “impedisce di affrontare la crisi finanziaria con strumenti adeguati“, arriva a dire (ma davvero? glielo chiederemo, ndr) che la “svalutazione potrebbe superare il 50 per cento” (sic!), e soprattutto che per l’Italia “i margini di intervento sono ridotti”.

Dunque si capisce perché gli italiani contrari all’euro sarebbero passati in appena un anno dal 21 al 33%. Il problema è che questo dato diventerà presto prepotentemente maggioritario e occorrerà che i paracadute siano ben forti e saldi e puntellati sugli speroni della Costituzione e dello spirito repubblicano, purtroppo assaltati anche in queste ore dalla ruggine dell’anticasta, vestito buono per ottenere il consenso – questo sì – populista e distruttore definitivo dell’ordine istituzionale. Perché dopo le elezioni europee la cravatta indossata per le sfilate propagandistiche diverrà un cappio al collo per milioni di cittadini, con pericolosissime ripercussioni se non guidate con intelligenza politica. Sane e salutari, invece, se ben ispirate.

E stare qui a disquisire sul rischio di rompersi una gamba per saltare una buca di mezzo metro, sarà considerato peccato mortale. Anzi: un atto di codardia.

 

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