SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tre sole sillabe che racchiudono buona parte dell’universo giovanile. “Mo-vi-da”, termine coniato dagli spagnoli. La Movida Madrilena era un movimento sociale nato dopo la fine della dittatura franchista al termine della quale i giovani si riappropriarono di 40 anni di proibizioni con una vera e propria rinascita popolare che abbracciava la musica, il cinema, l’arte e pure, inevitabilmente, droga e alcool. Oggi di quel termine è rimasto l’eccesso, il divertimento incontrollato, il commercio piratesco, l’abuso dei luoghi pubblici e le risse, come quella di ieri in pieno centro a San Benedetto che neppure le esibizioni muscolari delle istituzioni riescono a fermare.

La Movida ha ormai, irreparabilmente, assunto un’accezione negativa fusa in una sineddoche deforme col suo cancro: la “MalaMovida”. Tornare a distinguere la Movida dalle sue degenerazioni, specialmente da quelle più gravi e clamorose come l’ultimo fatto di cronaca, è però necessario perché ci troviamo di fronte a un fenomeno a cui si possono dire familiari tutti gli italiani. Secondo uno studio di Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) sono 16 milioni le persone che nel nostro paese escono almeno una volta a settimana di sera e, dei ragazzi fra i 18 e i 29, anni esce circa il 94%, numeri che fanno del fenomeno “Movida” un movimento che abbraccia pressoché la totalità dei giovani.

Ma perché il divertimento porta con sé violenza, comportamenti incivili e spesso, nei luoghi in cui si consuma, la sensazione di sospensione della legalità? Per cercare di comprendere un fenomeno sociale così diffuso non si può non studiare la società che lo partorisce. La movida non è uguale ovunque, calza come un guanto le sue città e i suoi territori. La società che sforna un certo tipo di movida si deve interrogare sui suoi mali. E visto che parliamo principalmente di nuove generazioni ci dovremmo interrogare sulla perdita di prospettive dei nostri ragazzi. Perché dei nostri si tratta: San Benedetto è di certo una città turistica ma quando si parla di movida è quasi divisa in compartimenti stagni perché il popolo della notte è reclutato principalmente fra i ragazzi della città e dell’entroterra provinciale. Una provincia, la nostra, che ha visto aumentare il suo tasso di disoccupazione di 6 punti percentuali negli ultimi 8 anni e di quasi 10 dal 2004. Forse non è un caso che la lotta alla Movida “molesta”, in questo territorio, abbracci più o meno lo stesso arco di tempo. La mancanza di prospettive può essere una miccia pericolosa per l’esplosione di rabbia e violenza ed è più probabile che i giovani “vomitino” (spesso letteralmente) il loro disagio se il divertimento non è libero né variegato ma diventa uno standard in cui tutto si riduce, meccanicamente, al bere.

A questa città e a questo territorio servono prospettive sociali, politiche e culturali. Quando si parla di cultura ovviamente questa va costruita nelle famiglie e un’educazione civica di base, assieme a 20 euro per qualche bevuta, i genitori nei portafogli dei figli dovrebbero metterla. Ma non si può ridurre tutto a una questione soggettiva. E’ giusto che ci siano responsabilità personali, forme di repressione dei comportamenti contra-legem quando  ma il prezzo della tranquillità dei residenti non può essere una città militarizzata o, peggio, morta.

L’estate di San Benedetto, con questa notte “nera” della movida non è partita bene. Ma non era un cavallo su cui scommettere dal principio. L’estate di San Benedetto è partita col decalogo della politica, la “Buona Movida” nata dall’amministrazione comunale: una serie di 5 obblighi e 3 divieti che vanno dalla vendita di alcool alle emissioni sonore che si dotano da quest’anno anche di un apparato sanzionatorio crescente in cui i locali fracassoni possono arrivare a perdere la licenza. Al di là delle valutazioni tecniche su certe contromisure (pensiamo ad esempio a via Montebello, un fiume fluido di persone e rumore in cui non è facile individuare confini di responsabilità) affidare la lotta alla MalaMovida solo alla repressione, pur giusta, è un approccio miope. A San Benedetto, così come nel resto d’Italia, sono i portatori di interesse del grande piatto della Movida, tutti, a doversi mettere attorno a un tavolo e collaborare fattivamente. A partire dai locali, spesso così piccoli da essere nati per la vendita d’asporto piuttosto che per l’aggregazione e che hanno contribuito, negli anni, all’espansione del fenomeno con politiche commerciali “piratesche” votate ad offrire il drink più economico possibile, portando il divertimento su un unico binario: quello del bere. Quei locali che dovrebbero restituire (sottoforma di eventi, musica dal vivo e alternative a un menù alcolico già scritto) e a cui servirebbe parimenti anche premialità oltre che regole e divieti.

E possiamo continuare con la politica, che un controllo sulla qualità e sulla morfologia di certi esercizi poteva metterlo in piedi, sensibilizzarlo quantomeno assieme a un’offerta più variegata per le sere d’estate. Se sfogliamo i cartellone estivo sambenedettese quali e quanti sono gli eventi che veramente strizzano l’occhio ai gusti dei giovani, che li distraggano e che forniscano loro un’alternativa al succhiare da una cannuccia? Pochissimi e, qualora presenti, mai endemici. E allora la soluzione, o un tentativo per arrivarci, non può non passare per la condivisione fra gli stakeholder. Tutti i portatori di interesse, dai politici ai residenti passando per i giovani e i gestori dei locali dovrebbero entrare nella partita cercando di sperimentare sempre più a fondo forme di condivisione che creino alternative. Perché di queste ha bisogno la città, non di barriere.


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