SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In una città come San Benedetto, emblema di una urbanizzazione recente e senz’altro disordinata, parlare di sviluppo della città non è esercizio vano. Perciò, nello spirito di apertura al dibattito e al confronto di idee che contraddistingue Rivieraoggi.it, ospitiamo questo lungo e articolato intervento teorico di Antonio Savino, cittadino sambenedettese, tratto da “Ipazia La Libera Università di donne e uomini”, convegno “città reale- città possibile”.

“Se mai c’è stata a San Benedetto una città del welfare, ovvero l’incarnazione di un ideale di governo e progettazione dello spazio urbano volto a produrre integrazione sociale e a scongiurare gli effetti negativi prodotti dalle leggi di mercato, oggi di sicuro con la delocalizzazione, il ridimensionamento produttivo, l’evaporare delle politiche pubbliche e con la corsa alle privatizzazioni delle proprietà pubbliche e dei servizi pubblici, si è dato il completo deprofundis. Il liberismo culturale e il cesarismo amministrativo hanno accelerato e mutato l’organizzazione spaziale della nostra città, ha cancellato quasi del tutto il patrimonio materiale e culturale, i siti storici della marina, dell’industria, i caseggiati agricoli, tutti sono stati dati alle ruspe, consegnati alla speculazione immobiliare. La storia, i vissuti, la memoria storica e le relazioni umane, sociali e culturali cittadine che esse rappresentavano sono state cancellate e polverizzate; l’archeologia industriale non si sa cosa sia.
Il dominus urbano è caratterizzato dalla rendita fondiaria: il partito del cemento.
La rendita fondiaria ed edilizia è il vero protagonista d’ogni ampliamento e d’ogni trasformazione urbana . Alla “rendita assoluta” della fase espansiva (vale a dire la differenza tra il valore agricolo iniziale e quello assunto dal terreno una volta reso edificabile dal Comune), a macchia d’olio, si è aggiunta la “rendita differenziale” (o “relativa”) che agisce su ogni singolo terreno o unità immobiliare, secondo l’ubicazione e/o in base al prestigio percepito. Ovvero mentre la valorizzazione fondiaria viene determinata dallo sviluppo generale della città ed è quindi una ricchezza collettiva, il costruttore se ne impossessa liberamente (accessibilità a strade e servizi che valorizzano l’immobile) senza “pagare dazio” . I pubblici poteri hanno da sempre agevolato e accompagnato questo processo, rendendo tutto vendibile, prostituendo il territorio e l’ambiente, l’estetica del paesaggio, i luoghi pubblici e le istituzioni (Franco Cassano).
La città è diventata un puro spazio della rappresentazione del denaro.
La rendita fondiaria (grazie anche all’assenza di un progetto politico della città e del nuovo PRG) è da sempre il protagonista e strumento insostituibile di ogni avvenimento urbano. La nostra città è realizzata sotto il dominio della rendita; la rendita ( sempre a scapito delle attività produttive!) è diventata elemento portante, sintesi politica, capace di condizionare l’economia, la correttezza amministrativa, il rapporto fra i poteri e l’esercizio effettivo della sovranità popolare.
La potenza di questo “partito” è tale che ha facoltà di costruire ovunque, anche sui marciapiedi, di eludere le basilari leggi e regolamenti edilizi, di invadere e cementificare i suoli pubblici ( lungomare e spiagge), di inquinare la città: dall’aria all’estetica, dalle inesistenti fognature alle automobili senza parcheggio alle strade senza marciapiedi pedonabili.
La città reale, anche se fatta di una ben più vasta costellazione di cittadini, è invisibile, non conta, anzi gli si restringe sempre di più lo spazio comune: aree verdi, verde pubblico, spiaggia pubblica, aria pulita ecc. sono umiliati dall’incuria; il potere e la città divergono sempre più.
San Benedetto pur avendo un patrimonio edilizio di mq per abitante fra i più alti d’Italia, ha i prezzi delle abitazioni tali che la casa è fuori dalla portata di molti giovani ormai precarizzati dalla crisi del lavoro; l’incidenza della spesa del reddito familiare per l’abitazione è in continua ascesa, dal 10% del 1998 al 40-50% di oggi.
Al modello “aziendalistico” della gestione di San Benedetto che si manifesta nella pratica dei piani particolareggiati, dell’edilizia contrattata che esalta solo la logica degli affari, incapace nell’ordinario, di curare, di fare “normale manutenzione” del tessuto sociale e urbano e si butta sulle inutili “grandi opere”..

La medesima cultura “privatistica-aziendalistica” coinvolge le stesse relazioni tra paesi limitrofi dell’area, esse tendono a configurarsi e rapportarsi fra loro come imprese private in concorrenza, favorendo di conseguenza quella politica che considera il progetto urbano o territoriale che sia, un ostacolo alle opportunità da cogliere; l’edificazione è un’esclusiva questione privata: cultura propria diffusa del diffuso partito del cemento

Gli amministratori-politici si sono “dimenticati” che costruire è sempre un atto pubblico, perciò inevitabilmente politico.
Viviamo la crisi della città, per l’assenza del progetto sociale, per questo hanno la meglio le forze del mercato che portano allo spreco delle residue risorse naturali, estendendo il soffocamento urbano e l’intasamento da automobile.
A tutto questo va contrapposto l’idea della città come soggetto vivente e plurale che si fa carico della questione ambientale, che impone la fine del consumo di suolo e l’abbandono della concezione riduttiva del verde urbano o della spiaggia come bene occasionale per future cementificazioni e speculazioni immobiliari; in poche pagine è difficile condensare pensieri che meritano più approfondimento, ma due cose sono urgenti e imprescindibili.
1) Bilancio comunale sostenibile.
Togliere il cappio, la dipendenza dalla “Bucalossi” nel bilancio comunale; attualmente è intorno al 30% (le leggi permettono di stornare fondi destinate alle opere primarie fino al 75%). Quest’uso rappresenta la dipendenza strutturale della giunta dai costruttori. E’ totale suicidio istituzionale della rappresentanza e della sovranità popolare: se non si cementifica non si pareggia il bilancio!? Soldi che dovrebbero essere destinati ad opere di urbanizzazione vengono dirottati regolarmente per il bilancio corrente e/o per finanziare opere evanescenti (esempio Power boat) o inutili, dal costo sociale altissimo, come il nuovo tratto del lungomare (non porta un turista in più).
2) PRG a crescita zero: stop al consumo del territorio
Se proprio è necessario risanare o aggiungere servizi indispensabili alla città (es. piazza S.Pio X), bisogna applicare il metodo già in uso in Olanda, Paesi Scandinavi, Gran Bretagna, e ha anche il vantaggio di eliminare il sovrapprezzo speculativo sulla casa e rendere più progettabile il territorio: invece del modo tradizionale (già accennato), si procede con l’acquisto pubblico temporaneo delle aree da trasformare, l’amministrazione pubblica ha il compito di acquisire temporaneamente i terreni da trasformare, corredarli delle opere pubbliche e rivenderli in pareggio economico ai vari operatori pubblici e privati (Benevolo). Per questo ciclo non occorrono finanziamenti ma anticipi di cassa, che i Comuni, le Regioni, lo Stato possono erogare per le vie consuete. E mettendo in moto processi decisionali inclusivi per definire il progetto pubblico della città, che consentano un PRG o un altro strumento che punti a massimizzare il valore d’uso dei suoli urbani attraverso una separazione tra il diritto di proprietà e il diritto all’edificazione

“Fare città” significa riconoscere il primato dell’etica pubblica fondata sul senso del limite e sul principio della partecipazione e corresponsabilità attuativa e gestionale dei cittadini nelle scelte, adottando processi decisionali inclusivi, informativi per definire un reale progetto pubblico di città, assumere come obiettivo prioritario il miglioramento della qualità della vita di tutte e tutti, riconoscere il valore sociale di cura, approntando un disegno di spazi e norme d’uso che ne garantiscono il pieno sviluppo, che subordini qualsiasi ipotesi di nuova edificazione ad una rigorosa verifica delle possibilità di riuso del patrimonio esistente.

Significa porre la questione urbana al centro del dibattito politico locale, perché è in atto uno scontro di interessi e di visioni generali sulla guida dei processi territoriali e urbani e dei destini di San Benedetto nei prossimi decenni: da una parte la grande proprietà immobiliare favorita dalla deregolamentazione urbanistica e dalla sistematica svendita del patrimonio immobiliare pubblico; dall’altra parte gli interessi sociali diffusi di coloro che desiderano città più vivibili, servizi migliori e case a costi contenuti.
Per questo desideriamo un dibattito e un coinvolgimento il più ampio possibile.

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