SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nei cantieri navali Marchetti c’è una attempata barca in legno da diporto. Scafo in mogano, 13 metri di lunghezza, armata negli anni sessanta in quel di Loano, Savona. Si chiama Micia II, e ha una storia da raccontare. Una storia che si incrocia con due numi tutelari della lirica,  la Divina Maria Callas e il mitico tenore Giuseppe Di Stefano. Le due voci, una barca, un’amicizia che per alcuni appassionati esegeti era anche qualcosa di più.

La barca era la Micia II, quella che vediamo nella foto, oggi, nei cantieri navali in cui i giovani Massimiliano e Maurizio Marchetti hanno raccolto e portato avanti la maestria sugli scafi in legno che ha insegnato loro il padre Giovanni. Con una passione che ha meritato la nostra attenzione, già un anno fa, con questo articolo.

Oggi la Micia II è di proprietà di Gianfranco Privitello, un ex tenore che passa molti mesi dell’anno ad Alba Adriatica, dove è proprietario di un residence. Lo incontriamo per sentire la sua storia, una storia di barche, lirica e romantica signorilità. Ce ne parla con il suo piglio di milanese doc. «La Micia nasce nel 1966 a Loano nei cantieri Ciaviglia. Era un prototipo, tanto che un modellino della Micia ornava la scrivania del patron del cantiere. E’ stata la barca di Giuseppe Di Stefano, il mio maestro. Se la voce di Pavarotti era un vescovo, quella di “Pippo” era un Papa in odore di santità. Celestiale».

Di Stefano, la Callas. Una liaison nell’empireo del canto. Note paradisiache sul filo del mare, un legame che per Privitello c’era eccome, pur se non venne mai reso pubblico. «La Callas non amava le spiagge, pur lussuose. Forse aveva dei complessi per la sua figura corporea (non esile, ndr). Impazziva per la Micia, poteva viaggiare a bordo dei panfili più lussuosi ma questa piccola Micia era nel suo cuore. Ci sono filmati in cui si vede la Divina che si tuffa dalla Micia con i suoi due barboncini. Nel 1976 Di Stefano me l’ha venduta, ben consapevole che in un certo qual modo sarebbe rimasta non dico in famiglia ma nel giro di amici. Da quel momento è il mio sogno di mare, il mio rifugio. Vivo con lei, anche se da alcuni anni non esco in mare. Conoscevo bene Giovanni Marchetti e dopo aver tenuto la Micia a Fano e Giulianova l’ho portata a San Benedetto per il restauro. Sa, io sono socio del Circolo Nautico Sambenedettese da 30 anni, conobbi questa splendida città nel 1974, quando i medici mi consigliarono soggiorni in questo mare per curare una brutta mononucleosi».

La Micia, afferma Privitello, viene citata nel libro scritto da Maria Di Stefano, prima moglie del tenore. “Callas nemica mia” ne è l’eloquente titolo. «Quando la portai via dal porto di Sanremo – aggiunge Privitello – i vecchi marinai del posto dissero che con la Micia se ne andava l’ultima vera barca davvero marinara. Questa non è una barca qualunque, è una barca che ha una storia, e oggi di storie non ce ne sono tante, in giro».

Come dargli torto? Per i melomani oppure per i semplici fruitori, per gli appassionati storici oppure per i lettori di rotocalchi, una storia del genere ha un alone di dramma romantico. Un potere magnetico. Bastano i nomi, Maria Callas, Giuseppe Di Stefano. Voci d’angelo che si rincorrono nel fruscio del mare. Scommettiamo che i due maestri d’ascia Massimiliano e Maurizio ne sentono qualche eco mentre ci lavorano sopra?

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