SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Per fare questo lavoro non ci vuole solo la tecnica, ci vuole anche tanto coraggio. Gli attributi, insomma, per lavorare senza blocchi, senza avere paura di sbagliare». Quello di maestro d’ascia è un mestiere antichissimo, affascinante e a San Benedetto ne sanno qualcosa.

La storia della navigazione inizia con il legno, e prosegue con il legno anche nel 2009, pur se almeno nel Piceno la produzione di pescherecci di questo tipo segna il passo.

Incontriamo i fratelli Marchetti, Massimiliano e Maurizio, nel loro cantiere navale al porto, immersi nel caratteristico odore del legno. Falegnameria di precisione unita alla passione per il mare, per l’eterna sfida della navigazione.
Il fondatore del cantiere è stato loro padre Giovanni, venuto a mancare tre anni fa. Il dramma familiare non è un particolare di secondo piano nella storia che raccontiamo.
«Ci è venuto a mancare il maestro e la guida. Non sai se andare avanti, i clienti possono fidarsi meno di te che sei giovane, temendo che tu non sia all’altezza. Accade che ti ritrovi spaesato, pensi di mollare», ci dice Massimiliano, 32 anni.
Scafi con i fasciami da calafatare, vecchi arnesi del mare da riportare a nuova vita, imbarcazioni da riparare squarciate da accidenti imprevisti. Il lavoro quotidiano di un maestro d’ascia necessita di tecnica e anche di coraggio. Capacità di mettersi in gioco, attributi, per usare un eufemismo. «Se non sei sicuro di te, non è il lavoro giusto da fare». Non hai dischi rigidi da formattare o file da cancellare.
Hai il legno di rovere da conoscere e rispettare, hai uno scafo da far tornare a vivere. Massimiliano Marchetti è fiero di mostrarci un lavoro appena terminato che lo inorgoglisce di brutto, è il suo primo lavoro su una imbarcazione sambenedettese dopo la morte del padre. Già, perché accade che i quotatissimi maestri d’ascia sambenedettesi lavorino più per marinerie di altre città come Pescara, o Cesenatico, che per quella della propria città.
«Nel 2008 io e mio fratello ci siamo rimessi in gioco e ricostruimmo la prua di una barca pescarese affondata. Niente male per due ragazzi, perché a trent’anni sei un ragazzo, no? Poi ora siamo felicissimi di aver rimesso in piedi l’Antonio Padre, il peschereccio sambenedettese dell’armatore Paolo Mastrangelo che qualche mese fa affondò nel porto dopo aver urtato uno scoglio».
Grande squarcio sulla ruota di prua, quattro corsi di fasciame da sostituire. Un’imbarcazione costruita a Molfetta, perché da anni a San Benedetto vongolare e pescherecci in legno non li realizzano più, mentre fino ai primi anni novanta ne uscivano fuori decine all’anno.
A San Benedetto i maestri d’ascia sono abbastanza numerosi e sono ricercatissimi, hanno un’ottima professionalità unanimemente riconosciuta e si stanno specializzando nella manutenzione degli interni sulle barche da diporto. Motoscafi d’altura e piccoli yacht. Si punta ai big del lusso, alle imbarcazioni dei ricconi. La professionalità nei cantieri navali sambenedettesi c’è, mancano gli spazi, manca uno scalo d’alaggio che permetta di mettere in mare scafi di grosse dimensioni.

Massimiliano Marchetti ci saluta con delle fibre di canapa in mano, un martello e dei pioli metallici a punta piatta. Lo attende il calafataggio di uno scafo, la fondamentale operazione che impermeabilizza la zona sotto coperta inserendo le fibre in orizzontale, fra le fasce che costituiscono lo scafo.
L’antica scienza della navigazione vive di un sottile equilibrio, il legno è un essere vivente da conoscere e curare. Il suo sacerdote è l’artigiano.

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