ASCOLI PROMOSSO. Inizio dalla fine.
Mi ha fatto male vedere il palco allestito per la festa bianconera e quella scritta alle spalle dei giocatori: “Ascoli, la regina calcistica delle Marche”.
Direte: perché? Non è facile spiegarlo a chi non ha vissuto certi anni e certe rivalità. Ma il motivo lo conosco bene.
Nei miei primi venticinque anni di vita la Sambenedettese era la regina del calcio marchigiano. Lo era nei numeri, nei risultati e nell’immaginario di noi ragazzi che la seguivamo ovunque. Quando andavo a scuola a Fermo o durante il servizio militare a Civitavecchia e a Foggia, portavo con orgoglio il nome della Samb che tutta la nazione riteneva un miracolo calcistico italiano. Avevamo alle spalle sei campionati di Serie B e una storia che ci faceva sentire importanti. L’Ascoli tra i dilettanti e mai promossa nemmeno in serie C dove vi arrivava per… meriti politici.
Nel 1961 la Juventus di Charles, Sivori e Boniperti venne (per la prima volta nel Piceno) a giocare a San Benedetto per i quarti di finale di Coppa Italia. Per la nostra regione fu un evento storico. Tra Marche, Abruzzo e Umbria, in quegli anni, la Samb era l’unica realtà capace di rappresentare il territorio nel calcio che contava. Per noi giovani tifosi era qualcosa di più di una squadra. Era una rivincita.
Ascoli era il capoluogo, il centro del potere politico e amministrativo. Noi eravamo la città di mare. Almeno nel calcio, però, eravamo noi a guardare tutti dall’alto. Ricordo ancora le parole di mio zio Peppino Assenti, ex calciatore rossoblù negli anni Cinquanta. “Zarè, la rivalità con l’Ascoli non nasce per caso. Nasce perché loro ci hanno sempre considerato un borgo marinaro e noi abbiamo sempre cercato di dimostrare il contrario.” Forse semplificava. Ma qualcosa di vero c’era. E purtroppo c’è ancora.
Per questo la Samb rappresentava una forma di orgoglio collettivo. Una consolazione, una rivendicazione, un motivo per sentirci all’altezza di chi, in altri campi, esercitava una supremazia che noi percepivamo chiaramente. Poi il tempo è passato.
L’Ascoli ha costruito una storia calcistica impressionante. Ventisette campionati di Serie B, sedici di Serie A, stagioni che hanno portato il nome della città in tutta Italia. La Samb, invece, si è fermata molto prima, a 21 tornei cadetti, prima un grande vanto adesso… una miseria rispetto al capoluogo.
A settembre 2025 ho pensato che il ritorno dei rossoblù tra i professionisti e la contemporanea discesa dell’Ascoli potessero riportare equilibrio. Magari non subito, ma col tempo. Invece è accaduto il contrario. L’Ascoli è tornato immediatamente in Serie B. E non per demeriti della Samb, ma per meriti propri. È giusto riconoscerlo.
Per questo oggi quella scritta, “Regina calcistica delle Marche”, mi ha dato fastidio ma non posso contestarla. I numeri parlano chiaro e, purtroppo per il tifoso che è in me, non è facile accettarlo..
Qualcuno penserà che alla mia età sia assurdo continuare a vivere così una rivalità sportiva. Forse ha ragione. Un direttore di giornale dovrebbe limitarsi a raccontare i fatti e tenere per sé certe emozioni. Magari per chi ripudia l’ipocrisia è più umano di quanto si possa pensare.
Ma il calcio a San Benedetto del Tronto non è mai stato soltanto un gioco. Almeno non per chi, come me, è cresciuto identificando una maglia con la propria città, con la propria gente e con una parte importante della propria vita.
E allora sì, lo ammetto: vedere l’Ascoli festeggiare non mi rende felice. Anzi.

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Direttore, il tifo è comprensibile; trasformarlo in editoriale lo è molto meno. Quando chi guida una testata accantona la sobrietà professionale per lasciar spazio a inclinazioni personali, non chiarisce: distorce. E così finisce per alimentare ulteriori tensioni . La credibilità, in questo modo viene a mancare.
Editoriale? DisAppunto su me stesso. L’ho anche spiegato oggi alle 16 sul video quotidiano.
Dal suo cognome sembrerebbe un ascolano del mestiere.
Se così fosse dovrebbe dichiararsi.
In tal caso non posso credere che lei, come la gran parte dei commentatori, ha letto soltanto il titolo.
Se non è così le serve un ripasso.
Intanto si ascolti il mio DisAppunto video quotidiano.
Direttore, sono totalmente d’accordo con tutto le sue considerazioni ed emozoni (negative). Anche io pensavo dopo l’anno scorso che saremmo finalmente tornati a competere con i nostri cugini bianconeri alla pari e per più anni, invece dobbiamo amaramente constatare la loro superiorità in tutto: un presidente che arriva ben selezionato da un premuroso Sindaco tifoso, notevole cultura calcistica con ottima scelta (come sempre) dello staff tecnico e dei giocatori, pubblico molto appassionato (come il nostro) ma più numeroso e più diffuso nel territorio. Nei miei 62 anni di vita, ho assistito allo stadio a 4 derby, curiosamente quasi sempre a… Leggi il resto »
Grazie
Direttore, lei stesso scrive che in questo articolo ha parlato da tifoso più che da direttore. È legittimo, ma allora non può stupirsi se un lettore lo nota.
La sua risposta sul mio cognome evita il punto: il tono del pezzo è emotivo, non neutrale.
Non serve sapere chi sono io. Basta leggere ciò che ha scritto lei.
Mi sembra che abbia le idee un po’ confuse oltre ad un po’ di saccenza. Emotivo e non neutrale. E allora? Bella: “Non deve sapere chi sono io!!!” Non una perla di giornalismo.
Continuo a pensare che anche lei ha letto soltanto il titolo. Notarlo non significa che ho spagliato qualcosa. Emotivo e non neutrale, già detto da me. E allora? Bella: “Non deve sapere chi sono io”, una grande perla di giornalismo. Ha qualcosa da nascondere?
Gentile If,
ma quali tensioni alimentate; siamo tifosi di vecchissima data e ancora molto passionali, sinceramente dispiaciuti per l’ennesima promozione dell’Ascoli.
Avete vinto meritatamente, ma ci lasci esprimere liberamente i nostri sentimenti.
Cordiali Saluti
Direttore, io ho scritto “non serve sapere chi sono io”, non la versione stravolta che mi attribuisce. Non ho nulla da nascondere: ho semplicemente commentato ciò che ha scritto lei. Le sue allusioni personali sono fuori luogo. E, visto che non sono stato l’unico a cogliere lo stesso tono, forse il problema non è in chi legge, ma in come lei sceglie di esprimersi. Quanto alla sua “grande perla di giornalismo”, era un sarcasmo gratuito rivolto a ciò che avevo scritto, non certo alla mia professione, che è tutt’altra.
Non essere l’unico non significa nulla. A meno che non voglia identificarsi negli hather
Direttore, il riferimento agli “hater” non mi appartiene: è una categoria introdotta da lei. Il termine, peraltro, è anche riportato in modo improprio. Poiché un mio semplice rilievo ha generato da parte sua un’inaspettata veemenza dialettica, considero la questione definitivamente archiviata.
Come si chiamano?
Forse intendeva hater e non hather. In ogni caso, ribadisco non mi identifico in quella categoria e, con questo chiarimento, la saluto definitivamente.
Grazie. Mi piacerebbe conoscerla. Magari siamo più in sintonia di quanto sembra.
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Direttore, io ho scritto “non serve sapere chi sono io”, non la versione stravolta che mi attribuisce. Non ho nulla da nascondere: ho semplicemente commentato ciò che ha scritto lei. Le sue allusioni personali sono fuori luogo. E, visto che non sono stato l’unico a cogliere lo stesso tono, forse il problema non è in chi legge, ma in come lei sceglie di esprimersi. Quanto alla sua “grande perla di giornalismo”, era un sarcasmo gratuito rivolto a ciò che avevo scritto, non certo alla mia professione, che è tutt’altra.