Ore 3.36, 24 agosto 2016. Un boato, la terra che trema e la natura che ci ricorda quanto siamo piccoli e impotenti.
Sette anni fa, il sisma si portò via trecento vite tra Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto.
La portata della tragedia, si comprese subito. “Il paese non c’è più” – affermò quasi in lacrime il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, a pochi minuti dalla scossa.
La “macchina” della solidarietà, si mise subito in moto. Da un lato, l’orrore delle macerie, dall’altro la forza dell’animo umano, che nelle difficoltà scavalca ogni barriera. Un esempio lampante, la storia dei migranti nordafricani residenti a Monteprandone, al lavoro dalle prime ore dell’alba per dare sostegno alla Protezione Civile, che qui raccontammo:
La città di San Benedetto diede un importante contributo in termini di accoglienza e ospitalità dei più bisognosi. Tanti gli imprenditori che si sono prodigati a fornire attrezzature come cucine da campo. E’ il caso di un privato messo in contatto con la Croce Verde che “ha donato un generatore di elettricità da utilizzare nelle roulotte di Arquata” spiegò l’allora sindaco Piunti.
Non mancarono coloro che misero a disposizione le proprie case “sfitte” in Riviera, donando cibo e beni di prima necessità.
La solidarietà dei sambenedettesi, Piunti: “Tanti hanno offerto le loro case”
Per la cronaca: la Samb avrebbe festeggiato il sabato seguente, 27 agosto, il ritorno in campo tra i professionisti contro il Padova, al Riviera delle Palme. Partita che, proprio per la tragedia avvenuta ad appena 60 km di distanza, fu rimandata dalla Figc. Da festeggiare, quel giorno, c’era ben poco. Decisione giusta, quella del rinvio, oltre che per ragioni di sicurezza, anche per il legame indissolubile che unisce storicamente la nostra città con le aree colpite (basti pensare che Amatrice è stata per anni la sede del ritiro estivo della Samb ai tempi della Serie B).
A San Benedetto i cittadini di Accumoli: “Stiamo bene qui, non smetteremo mai di ringraziarvi”
Ma veniamo ad oggi. Vedere il cuore d’Italia ancora così martoriato fa male.
E’ il giorno in cui si ricordano le vittime, rintoccano le campane, si svolgono fiaccolate. Sette anni dopo, i luoghi del cratere sono ancora cantieri a cielo aperto e la Pandemia non ha di certo contribuito a velocizzare le tappe della ricostruzione: “Serve un cambio di passo – dice oggi la premier Giorgia Meloni – è una ferita che non si è ancora rimarginata. L’Appennino centrale è il cuore dell’Italia e ricostruire quei territori non è solo un dovere morale delle istituzioni, ma anche un volano per l’economia nazionale”.
“Tanto è stato fatto, ma ancora non basta – afferma Guido Castelli, Commissario Straordinario alla Ricostruzione – Troppe le false partenze e le criticità esterne che hanno rallentato i nostri programmi”.
Oggi ognuno di noi spende una parola, un ricordo o un post sui social per ricordare ciò che accadde quella notte. Ma per far sì che da domani queste terre non tornino ad essere abbandonate a se stesse, nella completa solitudine, serve l’attenzione vigile da parte delle istituzioni. Un tema attuale: la stessa attenzione serve in Romagna, dove c’è chi ha dovuto dire addio al frutto dei sacrifici di una vita intera, a causa dell’alluvione di cento giorni fa, il cui punto interrogativo sui fondi è al centro del dibattito politico.
Occorre, da parte di chi governa, non dimenticarsi degli ultimi, il cui grido di dolore rischia di essere più flebile dopo aver perso tutto, ma che mai e poi mai può essere ignorato.

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