SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La verità sul Moby Prince. Quasi 27 anni fa, era il 10 aprile 1991, la petroliera Agip Abruzzo si scontrò con il traghetto Moby Prince al largo del porto di Livorno procurando 140 morti, la più grande tragedia navale in Italia dopo la Seconda Guerra. Tra i morti, anche Sergio Rosetti, macchinista della Moby Prince, sambenedettese (leggi qui la recente intervista al figlio Nicola Rosetti).

Nella relazione presentata dal presidente della commissione Silvio Lai si legge inoltre che l’indagine della procura di Livorno è stata “carente e condizionata da diversi fattori esterni”, mentre si ritiene che la petroliera “si trovasse in zona di divieto di ancoraggio e che il Moby Prince abbia avuto un’alterazione nella rotta di navigazione. Quanto ai soccorsi, alcuni passeggeri – secondo la commissione – potevano essere salvati ma durante le ore cruciali la Capitaneria di porto apparve del tutto incapace di coordinare un’azione di soccorso”‘.

Inoltre “negli anni, sulla posizione dell’Agip Abruzzo sono state fornite plurime indicazioni quasi sempre incompatibili una con l’altra. I consulenti della commissione hanno individuato ben 19 diverse coordinate, punti dichiarati o rilevati prima o subito dopo la collisione”.

“La suddetta nave era in zona interdetta alla navigazione e in divieto di ancoraggio. Era dove non doveva essere, con un carico sconosciuto. Ma da dove arrivava? Snam ha sempre sostenuto che giunse direttamente dall’Egitto dopo 5 giorni di viaggio. Il sistema di controllo della Lloyd List Intelligence, al quale la commissione ha avuto accesso, racconta invece di soste mai dichiarate a Fiumicino e Genova, prima di Livorno. La dichiarazione di provenienza fornita da Snam è in contrasto con i dati ufficiali. La commissione ritiene che il comportamento di Snam-Eni sia connotato di forte opacità”.

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