SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ci sono 140 vittime che dalla tragica notte del 10 aprile 1991 attendono giustizia e verità. Una giustizia e verità che la Commissione d’inchiesta parlamentare istituita sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince hanno contribuito, almeno in parte, a restituire dopo ben 27 anni, due processi penali terminati con un’assoluzione generale e addirittura la mancanza di imputazioni per coloro che potevano essere tra i principali responsabili.

Tra le 140 vittime, vi era anche Sergio Rosetti, all’epoca 52 anni, sambenedettese, macchinista del Moby Prince. Il traghetto passeggeri, con a bordo 66 persone dell’equipaggio e 75 passeggeri, si schiantò contro la petroliera Agip Abruzzo al momento dell’uscita dal porto di Livorno. Centinaia di tonnellate di petrolio si riversarono in mare e sulla stessa Moby Prince, attivando un incendio di dimensioni enormi. Il traghetto, sulla spinta di inerzia, continuò a spostarsi per alcune migliaia di metri, roteando su se stesso e avvolto dal fuoco. Vi fu un solo superstite, il mozzo Alessio Bertrand, di Ercolano, che si salvò miracolosamente.

Due i processi tenuti negli anni ’90, sostanzialmente con un nulla di fatto. Da allora la richiesta di verità e giustizia, per capire esattamente cosa sia accaduto e cosa non sia stato fatto per salvare le vittime, è stata raccolta dall’associazione “140” presieduta dal livornese Loris Rispoli, che in quell’occasione perse sua sorella, componente dell’equipaggio del Moby Prince.

“Ha giurato sopra i 140 lenzuoli bianchi delle vittime che la verità, prima o poi, sarebbe venuta fuori” commenta Nicola Rosetti, figlio di Sergio e anche lui attivo, in tutti questi 27 anni, nell’associazione “140”. “Finalmente i risultati attesi dalla Commissione ci danno ragione sulla nostra battaglia. Ringrazio la commissione d’inchiesta che ha visto parlamentari di tutti i partiti collaborare e arrivare a delle conclusioni da noi sempre sostenute ma mai emerse nei processi, nei quali è stato condannato solo un militare di leva perché non avrebbe dato l’allarme in tempo. La Commissione è stata un esempio di buona politica”.

Perché i risultati della Commissione di inchiesta vi soddisfano?

“Attendiamo di leggere i verbali per una analisi puntuale, probabilmente già nei prossimi giorni. La Commissione ha ripreso i vecchi verbali, ha ascoltato i protagonisti di quella sera, dal comandante della Capitaneria di Porto Albanese ai medici legali. Il problema è che si era ritenuto che i passeggeri e l’equipaggio del Moby Prince fossero morti dopo una ventina di minuti dall’impatto, momento in cui si originò l’impatto. La Commissione ha chiarito definitivamente che così non è stato, è trascorso del tempo e il fatto che i soccorsi non siano stati immediati può aver influito sulle proporzioni del disastro”.

Vi è poi la questione della nebbia. Nelle ore seguenti molti ritennero che la collisione contro una petroliera ferma fosse dovuta alla presenza di una forte nebbia al largo del porto di Livorno.

“Quella sera non vi era nebbia, o almeno non tale da rendere non visibile una petroliera fino a provocare l’impatto. Questa ipotesi, chiarita da un filmato pubblicato dal Tg1 già nei giorni successivi e registrato dal porto di Livorno, è stata utile per non interessarsi ad altri aspetti della vicenda. C’è persino chi ha vaneggiato la presenza di tritolo nella Moby Prince. Ipotesi ovviamente del tutto infondate”.

In che senso “coprire” altri aspetti?

“Diciamo subito che nei processi penali non figurano nemmeno imputati il comandante della Capitaneria di Porto di allora, Sergio Albanese; il comandante dell’Agip Abruzzo, petroliera di proprietà della Snam, Renato Superina; la famiglia Onorato, armatori della Moby Prince. In 27 anni non abbiamo neppure ricevuto una telefonata dalla famiglia Onorato, almeno per rispetto del suo equipaggio dove non c’è stato neanche un sopravvissuto”.

Colpisce, rispetto all’unico sopravvissuto del Moby Prince, il fatto che nell’Agip Abruzzo i soccorsi furono tali da trarre in salvo tutto l’equipaggio.

“Nel lanciare l’allarme il comandante dell’Agip Abruzzo disse di una collisione di una bettolina. I soccorsi si indirizzarono tutti verso l’Agip Abruzzo, almeno inizialmente”.

Dopo la tragedia avete deciso di riunirvi in una associazione. Perché?

“Quell’evento ci ha lasciato in un dolore terribile. L’unico appiglio che avevamo, era incontrarci tra di noi, per condividere quella ferita incancellabile. Ci siamo sentiti abbandonati dalle istituzioni ma con il tempo siamo riusciti a portare avanti la nostra battaglia faticosa. Non bisogna cancellare la memoria di quel che è successo e grazie alle tante persone, non soltanto familiari, che hanno aderito e si sono prodigate per stabilire la verità si è giunti alla Commissione di inchiesta parlamentare. In tutta Italia ci sono centinaia di maglie rosse con su scritto Io sono 141, per ricordare come ogni persona che l’indossa sia unita a tutte le vittime di quella tragedia. Ci scambiamo informazioni nella pagina Facebook Moby Prince: Quelli che esigono la verità“.

Qual è il tuo rapporto con San Benedetto e come la città ricorda la scomparsa di tuo padre?

“Ringrazio molto la stampa locale che consente di ricordare periodicamente quanto avvenuto e ha ricostruito puntualmente gli aggiornamenti su questa vicenda. In molti, a San Benedetto, mi incoraggiano e comprendono quel che è accaduto e la nostra ricerca di verità e giustizia, cosa di cui non si deve mai avere paura. Ci siamo così uniti ad altri fatti di cronaca degli ultimi anni, come la tragedia del treno a Viareggio o il crollo della casa dello studente durante il terremoto de L’Aquila, trovando in queste persone la nostra stessa ricerca, frutto dello stesso dolore. Devo aggiungere che ci sono rimasto un po’ male, di fronte a tanti attestati di stima e solidarietà anche di fronte alle ultime notizie della Commissione, a non aver ricevuto neanche una telefonata dagli attuali amministratori comunali, cosa che mi avrebbe fatto enormemente piacere”.

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