Betty L’Innocente e Claudio Romano sono il duo che sta dietro al progetto Minimal cinema. Da diversi anni nel mondo del cinema indipendente, ci spiegano The woman who left, il film che ha portato il regista filippino Lav Diaz a vincere il 73 esimo festival di Venezia.

Lav Diaz: con 21 film all’’attivo e molte vittorie in tasca resta un regista noto solo ai cineasti. Come mai secondo voi?

Intorno ai primi anni 2000 in Italia era un fenomeno ristretto alla cerchia dei cinefili ortodossi che però hanno fatto sì che il suo cinema arrivasse anche agli appassionati. Lo sguardo di Lav Diaz è uno sguardo puro, primitivo, mai patetico, dilatato in tempi considerati spesso dalla critica ostici, ma sono i tempi della vita, sono i tempi del quotidiano, dell’accadimento, dell’accidente. Filmare una tempesta in tutta la sua maestosità distruttiva senza usare l’espediente narrativo del montaggio, quello classico hollywoodiano, a cui siamo stati abituati, è disarmante e disturbante. Il pubblico si è disabituato, crediamo, ad un certo tipo di naturalezza e di sconvolgimento che la vita offre così lentamente e ferocemente. La vita è una sorpresa, intesa come vox media, perchè il cinema non dovrebbe esserlo, oltre la finzione?”

 

““Dedico questo film al popolo filippino e alla sua lotta quotidiana””. Queste le parole del regista che con una troupe di soli 30 elementi e 75 mila euro ha fatto mangiare la polvere a Tom Ford. Il cinema indipendente riesce per sua natura ad essere una migliore cassa di risonanza rispetto a quello delle grandi produzioni?

“Molto spesso si crede che l’unico modo di realizzare un film sia quello di avere un grosso budget, una troupe folta di professionisti e grandi attori. La verità naturalmente sta da un’altra parte e Lav Diaz è semplicemente l’ennesima conferma. Ma così come i politici negano la verità per mantenere la poltrona, allo stesso modo un operatore del sistema cinematografico convenzionale non può ammettere questa verità. Un direttore della fotografia è una figura inutile, in un film come The woman who left. Purtroppo il cinema è spesso visto come un settore che produce lavoro, dunque chi ci lavora tende a dire che la sua figura è necessaria. Ma non è così”.

 

Un regista abituato a circolare più nei festival che nei cinema – tanto che nessuna sua opera è mai stata proiettata in Italia – tratta uno tra i temi più comuni oggi: una ingiusta incarcerazione. Non mancano esempi occidentali di variazioni sul tema come Making a murderer o Orange is the new black. Cosa permette a Lav Diaz di mantenere il suo candore minimale e solenne?

Il lirismo di Lav Diaz è nei suoi film, crediamo che le sue opere parlino di lui, della sua terra, della sua poetica. Non assistiamo a nessun culto della personalità solo ad un fluire di immagini sublimi. Lav Diaz è dentro la pioggia, nei bambini, negli uragani, nelle capanne, nelle donne.

 

Sam Mendes, regista di American beauty e presidente della giuria a Venezia, ha parlato di un’’edizione con film “senza compromessi, lontani da una zona comfort, con una visione originale” ma The woman who left sembra l’’unico a rispettare questi canoni. E’ una vittoria meritata sotto tutti i punti di vista?

La vittoria di Lav Diaz a Venezia segna un punto fondamentale per diversi motivi. Innanzitutto si sdogana un certo tipo di fare cinema, lontano dal sistema classico delle produzioni e delle distribuzioni internazionali. Il cinema di Lav Diaz è un considerato “povero” perché i suoi film costano cifre irrisorie, impensabili dal “sistema” tradizionale. Troupe ridotta, lunghe durate, pochi mezzi produttivi, postproduzione homemade, una strada che molti indipendenti seguono per non rimanere incagliati in logiche che non hanno nulla a che vedere con la settima arte. Finalmente, a nostro giudizio, il “cheap” produttivo non è sinonimo di povertà di poetica anzi il contrario. La libertà di un autore è il rispetto per la poetica dell’autore stesso.

 

Una piccola produzione con grandi idee vince il festival più importante in Italia. È un incoraggiamento per chi lavora nel cinema indipendente?

Probabilmente può esserlo, anche se a mio parere non dovrebbe essere il comportamento dei festival e dei selezionatori a dover influenzare l’operato di un regista. Un regista dovrebbe voler fare quello che vuole, quando vuole. Indipendentemente da tutto il resto. La forza di fare deve arrivare da se stessi.

 

Girare in bianco e nero un film nel 2016 non è una scelta casuale ma consapevole. La purezza di questo regista quanto è legata a scelte tecniche e stilistiche?

Il cinema di Lav Diaz risponde a pieno al principio del “Less is More”, spesso bisogna fare di necessità virtù. Quantificare il valore di un’opera dai mezzi è sbagliato, ottuso e deleterio. Fare cinema comporta sacrifici enormi, disciplina, rigore, tempi morti, frustrazioni immani. Eppure gli autori hanno necessità di compiere le proprie opere spesso auto-producendole e questo sacrificio ha un valore inestimabile che va al di là di un mero conteggio da burocrate che sia il produttore o il distributore o l’esercente, intesi come figure classiche che operano nell’industria cinema.

 

Siamo di fronte a un regista che secondo molti sta facendo la storia del cinema eppure il primo commento ai suoi film spesso è: “durano troppo”. È sbagliato il minutaggio o il modo con cui si sta di fronte ad uno schermo?

Una persona non dovrebbe neppure andarci al cinema, se la sua prima preoccupazione è la durata di un film. È come se un appassionato di trekking si rifiutasse di andare sul Gran Sasso perché il sentiero è troppo lungo e in salita. Sa che dalla cima del Corno Grande godrebbe di un panorama meraviglioso, ma ci rinuncia. Che senso ha? Si trovasse un altro hobby. Spesso si può godere di un bel panorama anche dal terrazzo di casa propria, no? Basta accontentarsi. Il mondo va veloce, è cambiato tutto da quando è nato il cinema. Ora possiamo fruire di un film anche sullo schermo del pc o dello smartphone. Al cinema vediamo persone ciclopiche, con un occhio sullo schermo ed un altro sul cellulare. Lo spettatore è cambiato, fatica ad abbandonarsi ad una visione, ad un tempo che sia un film sullo schermo o una giornata di pioggia fuori dalla finestra. Quando spunta l’arcobaleno prima dello stupore c’è l’esigenza di tirare fuori un dispositivo e condividerlo. Vediamo sempre meno gente col naso all’insù e troppa con lo sguardo basso sull’hic et nunc.

 

Cosa ha questo film sulle filippine degli anni ’90 in più rispetto alle altre pellicole in concorso?

Non essendo stati presenti al festival e non avendo visto i film non possiamo rispondere. Possiamo dire che Lav Diaz è senza dubbio uno dei 3 o 4 registi più importanti in circolazione. Attendiamo con ansia di vedere “The woman who left” e ci auguriamo di goderne in lingua originale , sottotitolato, senza doppiaggio, un fenomeno nostrano che ammazza le opere.

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