ROMA – Mentre le scosse della sequenza sismica iniziata il 24 agosto sono ormai più di 5.800 (al 6 settembre, ore 11), continuiamo a seguire con interesse ed apprensione gli aggiornamenti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, impegnato a 360 gradi nello studio del fenomeno in corso.

Oltre ai dati satellitari (immagini radar), anche le reti GPS (Global Positioning System) collocate a terra in una vasta area del centro Italia sono di importanza cruciale per studiare la deformazione permanente della crosta terrestre, che si muove “continuamente sotto l’azione delle placche continentali africana ed euroasiatica, causando terremoti anche disastrosi – sottolinea l’INGV – Ma riuscire a individuare la posizione e l’entità dei movimenti legati ad una singola faglia lunga pochi chilometri che si rompe durante un terremoto, è un risultato di particolare significato per migliorare le conoscenze sulla pericolosità sismica di una regione”.

Queste stazioni appartengono alla Rete Integrata Nazionale GPS dell’INGV, all’ISPRA e al Dipartimento della Protezione Civile, e si aggiungono a caposaldi di reti GPS non permanenti, come la CA-GeoNet dell’INGV e l’IGM95. Ulteriori dati sono stati forniti dalle reti GNSS di Regione Abruzzo, Regione Lazio, ItalPos, NetGeo, Regione Umbria, ASI ed Euref.

“Le analisi preliminari basate sulle sole stazioni GPS attive al momento del terremoto – spiega la nota odierna – mostrano che questo è stato generato da una faglia lunga oltre 18 km e inclinata di circa 50 gradi, che corre con direzione nord-nordovest – sud-sudest e che si immerge verso ovest al di sotto dell’Appennino. Il movimento di questa faglia ha causato un’estensione della catena appenninica di circa 3-4 centimetri tra il Tirreno e l’Adriatico.
Le registrazioni GPS ad alta frequenza (da 1 a 10 Hz) disponibili per alcune stazioni, mostrano chiaramente il passaggio delle onde sismiche e il conseguente movimento dinamico del suolo”.

Le stazioni acquisiscono continuamente dati grazie ai segnali radio forniti dai satelliti USA, che orbitano intorno al pianeta da oltre 20 anni. Gli spostamenti del suolo registrati da ciascuna stazione sono stati calcolati analizzando i dati con diversi software scientifici (tra cui Bernese, Gamit e Gipsy) ed in seguito combinati per ottenere un unico risultato finale: facendo la differenza tra le posizioni giornaliere delle stazioni prima e dopo il sisma, sono stati ottenuti gli spostamenti massimi registrati nelle singole stazioni (compresa quella di Amatrice), con un margine di errore di pochi millimetri.

Oltre alle stazioni GPS lontane dall’epicentro (far field), va ricordato che tra Norcia e L’Aquila sono presenti oltre 120 caposaldi geodetici – alcuni nella zona epicentrale (near field) – della Rete GPS Central Apennine Geodetic Network (CA-GeoNet), realizzata tra il 1999 e il 2000 dall’INGV per studiare in maniera approfondita i movimenti delle faglie presenti nell’area.

“I dati GPS acquisiti durante il terremoto del 24 agosto, come in occasione degli ultimi più forti terremoti italiani (Umbria-Marche nel 1997, Molise nel 2002 e L’Aquila nel 2009), permetteranno di comprendere sempre meglio l’evoluzione spazio-temporale delle deformazioni del suolo misurabili in superficie, in fase cosismica e inter-sismica, in vicinanza di faglie capaci di generare forti terremoti – conclude l’INGV – L’analisi congiunta dei dati GPS con dati spaziali InSAR, permetterà nei prossimi giorni di fornire un quadro originale e dettagliato delle deformazioni del suolo e delle caratteristiche della faglia, contribuendo a disegnare con sempre maggiore dettaglio il livello di pericolosità sismica dell’Appennino“.

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