SAN BENEDETTO DEL TRONTO- La Lega Pro sembra attirare sempre di più l’interesse della governance del calcio. Per la verità la strada della riscoperta del cosiddetto “calcio di provincia” è iniziata almeno da un anno e, con i grandi risultati ottenuti da Sky col pacchetto “Serie B”, da molti addetti ai lavori ritenuto un colpo migliore della Champions League in esclusiva per Mediaset nella trincea dei diritti tv, anche la Lega Pro si è inserita nel calderone televisivo con la creazione della prima Web Tv che, a partire dal prossimo anno, permetterà ai tifosi “di provincia” di godersi la propria squadra seduti davanti a un Pc, potendo scegliere addirittura fra tre pacchetti messi a disposizione da Lega Pro Channel.

Oltre alla rivoluzione televisiva la Lega Pro vivrà dal 2016-17 anche un’altra piccola rivoluzione. Infatti, come accaduto per la Serie A nel lontano 1995, le squadre dalla prossima stagione potranno utilizzare l’intera numerazione dall’1 al 99, lasciando solo alla Serie D e a alle serie inferiori i tradizionali numeri dall’1 all’11, con i tifosi quindi che avranno la sensazione, almeno nelle intenzioni, di assistere a un campionato di tutt’altro “pedigree”, con buona pace degli ultimi romantici legati a un calcio che sembra non avere più spazio, affogato com’è dalle logiche economiche e di governo.

La vecchia Serie C, con i suoi campi polverosi e patria degli ultimi rituali calcistici orbitanti attorno agli elementi essenziali dello stadio e della partita, sta scomparendo e sta diventando un laboratorio proiettato al futuro. E nel futuro della Lega Pro con ogni probabilità ci saranno anche le seconde squadre delle “big” d’Italia, sicuramente non dalla prossima stagione, ma gli indizi e le volontà di “palazzo” portano decisamente verso quella direzione. Per la verità, il presidente Gabriele Gravina, presa le decisione di riportare la Lega Pro al format da 60 squadre, aveva proposto, già dal 2016- 2017, l’ingresso di almeno 6 “squadre II”.

L’interesse manifestato però da tante società verso tale soluzione, con 18 squadre su 20 a favore, come emerso dall’ultimo consiglio in Lega Calcio a fine aprile, farà probabilmente slittare tutto alla stagione 2017-18 o alle successive, onde evitare che le squadre di Serie A “affilino i coltelli” fra loro per accaparrarsi posti limitati in un campionato che per le “grandi” è diventato appetibilissimo, perché permetterebbe di “parcheggiare” centinaia di tesserati senza i vincoli di età e la scarsa competitività del Campionato Primavera. Sicuramente una svolta per i top club che però rischia di cancellare il tradizionale ruolo di tante squadre di C che negli anni hanno valorizzato i giovani dei vivai più prestigiosi d’Italia,  con reciproci benefici.

Quest’improvvisa onda di futurismo che sta investendo la Lega Pro, tra l’ebrezza della pay tv, le prospettive di vendere qualche maglietta “Titone 99” per esempio e il fascino di scontrarsi con chi veste magari la maglia del Milan o della Juve, rischia però di far passare in secondo piano le endemiche difficoltà di un campionato tradizionalmente con tanti lati oscuri.

Non basta infatti qualche pacchetto tv per cancellare i fallimenti, le inadempienze, le penalizzazioni sportive e il caos ripescaggi. E questo lo sa bene Gravina assieme all’intera governance calcistica. L’enorme allargamento dei play-off a 24 squadre infatti va visto sia come un mezzo di promozione e di incremento di interesse per la Lega, sia purtroppo come uno dei tanti strumenti, forse il più drastico finora adottato, per contrastare il fenomeno degli “accomodamenti” e della compravendita dei match, fenomeni spesso in prima pagina negli anni scorsi in Lega Pro.

Questo laboratorio di “governance calcistica” che sembra essere diventata la terza serie insomma, sembra un laboratorio piuttosto ambiguo e slegato dalla realtà, perfino dalla realtà percepita dalla governance stessa. Non si spiegherebbero altrimenti alcune misure prese dal “palazzo” per la prossima stagione. A partire dal protocollo d’intesa firmato giusto qualche giorno fa fra la stessa Lega Pro, l’Agenzia delle Entrate e l’Inps, teso a combattere le frodi sportive, gli illeciti amministrativi e le evasioni contributive delle società sportive attraverso uno schema rafforzato di scambio di dati fra gli enti aderenti. A tutto questo si aggiunge il possibile caos ripescaggi, con la Lega che ha introdotto da quest’anno regole ancor più ferree in materia, con l’obiettivo di evitare lunghe estati calde, come quella del 2015 che per esempio toccò anche la Sambenedettese appena rilevata dai Fedeli. Giusto assicurarsi che chi partecipa lo faccia con serietà e rispettando le prescrizioni a patto che però queste regole valgano sempre e per tutti.

Insomma la lungimiranza e l’apertura al futuro sono pur sempre virtù, a patto però che si riescano a contemperare alle esigenze concrete di realtà, che per quanto appassionate, rimangono realtà minori rispetto alla Serie A, talune addirittura fragili e con minimi requisiti e profili di professionismo. Il rischio insomma è che, con l’intenzione di “scimmiottare” i campionati di blasone, si rischi di mettere in pericolo la sopravvivenza e la credibilità di un intero campionato. La Serie C. Quell’ultimo baluardo di un calcio che forse non c’è già più.

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