BELGRADO – Ha fatto scalpore ciò che è successo il 14 ottobre nella città serba. Si stava disputando, al Partizan Stadium di Belgrado, la partita di qualificazione Serbia-Albania, valida per gli Europei in Francia del 2016. Una partita di calcio che però evidentemente porta ancora dei rancori e delle ferite inerenti alla vicenda del Kosovo e la lunga guerra che ha visto, tra il 1996 e il 1999, conflitti sanguinosi tra serbi e albanesi.

Infatti, al 41esimo minuto del primo tempo, sullo 0 a 0, un drone ha cominciato a sorvolare sul campo trasportando la bandiera dell’Albania. Il pubblico serbo ha cominciato a ruggire il suo sdegno. Cori nazionalisti e fumogeni hanno “accompagnato” il drone. I tifosi albanesi non erano presenti visto che l’Uefa aveva negato loro la vendita dei tagliandi essendo, appunto, una partita a rischio. Il giocatore serbo Aleksander Mitrovic ha afferrato la bandiera e l’ha strappata, con rabbia, dal drone provocando la veemente reazione di qualche giocatore albanese e in pochi attimi si è scatenata una maxi rissa che ha visto coinvolti non solo i calciatori ma anche qualche spettatore che aveva fatto invasione di campo. L’arbitro, visto la grande ostilità ambientale, ha deciso la sospensione della gara e ha fatto rientrare, a fatica, le due squadre negli spogliatoi. Sono così tornate le rivalità etniche e le tensioni diplomatiche dovute all’indipendenza del Kosovo.

Non è la prima volta che una partita di calcio si trasforma in una sorta di rivalsa storica. È successo anche in altre discipline. Lo sport può diventare pretesto per rivendicare diritti patriottici o economici. Qualche giorno fa, infatti, è stata celebrata dai polacchi, come una guerra vinta, la vittoria calcistica della Polonia sulla Germania. Effetto delle scorie mai digerite della triste vicenda dell’invasione tedesca sulla nazione polacca che diede il via alla Seconda Guerra Mondiale.

Tornando ai Balcani, dopo che la Jugoslavia è stata smembrata in varie parti, qualsiasi “derby” è a forte rischio, specialmente Serbia-Croazia. Da ricordare poi, ai tempi della Jugoslavia unita, un episodio calcistico che fu una premessa alla tremenda guerra dei Balcani vissuta negli anni 90. Nel maggio del 1990 si gioca a Zagabria la partita Dinamo Zagabria-Stella Rossa, valida per il campionato slavo, le due tifoserie sono già pronte all’imminente guerra e il match diventa solo un pretesto per fare guerriglia. In più la polizia, filo serba, ne approfitta per picchiare i “futuri” croati con cariche e manganellate. Un giovanissimo Zvonimir Boban (che diverrà un fuoriclasse del Milan) non accetta quello che vede e rifila un calcio a un poliziotto. L’immagine, ripresa dalle telecamere, farà il giro del mondo e il calciatore diventerà un mito per il popolo croato.

Anche durante la Guerra Fredda le competizioni sportive diventarono un pretesto dove capitalismo e comunismo potevano fronteggiarsi. Nei Mondiali del 1974 divenne celebre la partita Germania Ovest-Germania Est vinta da quest’ultima per 1 a 0 con goal di Jürgen Sparwasser. La Germania Ovest conquistò comunque la Coppa del Mondo ma nella parte orientale del paese quel derby vinto fu osannato con la stessa enfasi. Una vittoria dai mille significati, soprattutto politici.

Ai Mondiali del 1986 Argentina-Inghilterra non fu leggendaria soltanto per i goal (uno di mano e uno fantastico condito da numerosi dribbling) di Diego Armando Maradona: era da poco terminato il conflitto per le isole Falkland (nell’atlantico meridionale) tra inglesi e argentini. Questi ultimi chiamano tuttora l’arcipelago con il nome originario, le isole Malvinas, e ne rivendicano il diritto di appartenenza. La compagine di Maradona “approfittò” del match contro l’Inghilterra per prendersi una rivincita e la vittoria fu dedicata a chi aveva perso la vita durante la guerra.

Parlando della nostra Italia, vediamo ogni sfida con la Germania come una rivalità che non avrà mai fine per causa delle Guerre Mondiali che ci hanno visto prima alleati e poi nemici acerrimi.

Anche le Olimpiadi, con le varie discipline, hanno rappresentato tante sfide tra nazioni non solo sul punto di vista sportivo. Passò alla leggenda la finale di Basket delle Olimpiadi di Monaco 1972 tra Usa e Urss. Giochi olimpici sconvolti dall’assalto palestinese di Settembre Nero ai danni di alcuni atleti israeliani. Gli americani venivano da sette ori consecutivi. La loro egemonia fu interrotta dal “Grande Nemico Sovietico”.  Quel giorno, dopo essere stata in svantaggio per tutto l’incontro, la squadra americana fa uso di due tiri liberi a pochi secondi dal termine. Doug Collins, compie la rimonta: è 50-49. La sirena è tre secondi più in là. Dureranno tre minuti, perché arbitri di campo e giudici di gara non capirono più niente dalle varie pressioni che ricevettero. In mezzo avvenne un time out chiamato irregolarmente dai sovietici, una rimessa ripetuta tre volte, l’esultanza degli americani convinti della vittoria dopo la prima ripetizione, l’intervento in mezzo al campo di William Jones, presidente della Fiba, che chiese di ridare i tre secondi alla compagine russa e infine il canestro decisivo del sovietico Aleksandr Belov. 51-49 per l’Urss.

Una partita ancora oggi discussa che però fa capire ulteriormente come sport, storia e politica s’intreccino parecchie volte. Portando eccessi pericolosi come l’ultimo episodio accaduto il 14 ottobre a Belgrado. Lo sport dovrebbe unire invece di dividere. Le Olimpiadi erano nate così. Per fronteggiarsi sportivamente senza ricorrere ad armi e violenza. Sarebbe bello ricordarlo più spesso.

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