RIPATRANSONE – Riceviamo e pubblichiamo da Ubaldo Maroni, ex sindaco di Ripatransone ed ex assessore provinciale di Ascoli Piceno, in merito alle recenti polemiche tra i sindaci del Piceno e la Regione Marche sul tema della Sanità.

Come ex sindaco della città di Ripatransone non posso che condividere le affermazioni del mio successore Paolo D’Erasmo e concordare in pieno con gli interventi che da diverso tempo il sindaco di San Benedetto Giovanni Gaspari, in rappresentanza di tutte le amministrazioni dei Comuni dell’ex zona territoriale 12, sta ponendo all’attenzione del Governo regionale circa le condizioni in cui versa la Sanità del sud delle Marche.

Che ci sia una situazione di oggettivo disequilibrio tra risorse economiche e umane distribuite negli anni alle diverse Zone territoriali della Regione, e che di questo disequilibrio soffrano particolarmente i nostri Comuni attraverso un progressivo impoverimento dei mezzi a disposizione dell’ospedale e dei servizi sul territorio, è un fatto talmente evidente, sotto gli occhi di qualsiasi cittadino, che non occorrerebbe nemmeno discuterne. Così come analogo squilibrio è facilmente riscontrabile in un altro settore vitale per lo sviluppo di un territorio, quello delle infrastrutture.

E invece stupisce che proprio i nostri rappresentanti nel Governo regionale difendano l’indifendibile, in nome forse di un malinteso senso di unità di indirizzo politico tra esponenti di un’Amministrazione. Dovrebbero invece essere proprio loro, in quanto investiti direttamente di responsabilità nell’ambito del governo regionale, a mettersi alla testa di questo movimento di civile protesta e assicurare così ulteriore peso politico ad un’unità di intenti che non dovrebbe essere nemmeno in discussione.

Io credo che questa unità d’intenti debba essere rapidamente recuperata e che tutti capiscano che qui non è in gioco il futuro di questo o quell’esponente politico, questo o quel dipendente sanitario, ma è in gioco la qualità di vita di tutti noi, e particolarmente dei cittadini più deboli. E la posta in gioco è ancor più alta in questa fase di grave crisi economica, quando i servizi essenziali possono fare la differenza tra una vita dignitosa e una fatta di disperazione e precarietà.

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