SAN BENEDETTO – L’apertura di uno spazio dedicato al Reiki e ad altre discipline complementari nel reparto di oncologia dell’ospedale San Salvatore di Pesaro ha acceso un vivace dibattito. Da una parte c’è chi considera queste pratiche un semplice sostegno al benessere psicofisico del paziente, purché non sostituiscano le cure mediche; dall’altra, il mondo cattolico ha espresso forti riserve, culminate nell’intervento dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che ha parlato dei rischi spirituali connessi alla pratica del Reiki.

La discussione offre l’occasione per una riflessione più ampia su un fenomeno che da decenni attraversa anche la nostra società: il New Age.

Non è semplice definire il New Age. Più che un movimento organizzato, è un insieme di credenze, tecniche e pratiche spirituali nate dalla convinzione che l’umanità stia entrando in una nuova epoca, la cosiddetta Età dell’Acquario, destinata a sostituire l’era dei Pesci, tradizionalmente associata al cristianesimo.

In questo grande contenitore convivono elementi molto diversi: esoterismo, spiritismo, antiche tradizioni orientali, meditazione, yoga, astrologia, cabala, alchimia, tecniche energetiche, Reiki e molte altre pratiche.

Il documento della Santa Sede Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul New Age, pubblicato nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, definisce il New Age come un vasto sincretismo che mescola elementi religiosi, filosofici ed esoterici, accomunati dall’idea che l’umanità sia prossima a una profonda trasformazione spirituale. Il documento riconosce che il New Age intercetta desideri autentici dell’uomo contemporaneo — la ricerca del benessere, dell’armonia, della salute e di una maggiore attenzione alla persona — ma mette in guardia dalla visione religiosa che spesso accompagna tali pratiche.

È proprio in questo contesto che si inserisce il Reiki.

I suoi promotori sostengono frequentemente che non si tratti di una religione, ma di una tecnica di riequilibrio energetico aperta a tutti. Tuttavia la stessa letteratura reikista riconosce le proprie radici nello shintoismo giapponese, nel buddhismo, nel taoismo e nell’induismo. Per la Chiesa cattolica ciò rappresenta una difficoltà non secondaria, poiché il Reiki non viene considerato una semplice tecnica di rilassamento, ma una pratica che presuppone una determinata concezione dell’uomo, dell’energia e della spiritualità che è contraria alla fede cattolica.

La questione, naturalmente, non riguarda soltanto il profilo religioso.

Dal punto di vista scientifico, infatti, il Reiki non dispone di prove solide che ne dimostrino un’efficacia terapeutica specifica oltre gli effetti riconducibili al rilassamento, all’attenzione personale e al cosiddetto effetto placebo. Per questo motivo gli stessi ospedali che lo propongono lo presentano come pratica complementare e non sostitutiva delle cure mediche.

Sul piano della fede, invece, la valutazione è diversa. L’Associazione Internazionale Esorcisti ha ribadito che il Reiki, proprio per i suoi presupposti spirituali, è incompatibile con la fede cristiana e ha espresso preoccupazione per il suo ingresso in strutture sanitarie pubbliche, soprattutto quando viene presentato come una pratica neutrale.

La vicenda di Pesaro, quindi, va oltre il singolo caso. Essa riflette una domanda sempre più diffusa nella società contemporanea: dove cercare speranza quando la malattia mette alla prova la vita?

Il filosofo Edgar Morin, citando José Ortega y Gasset, ricorda una frase quanto mai attuale: “Non sappiamo che cosa ci sta accadendo, ed è precisamente questo che ci sta accadendo”. È l’immagine di un uomo che cerca punti di riferimento in un tempo di grande incertezza.

Per il cristiano, tuttavia, la risposta non consiste nel rincorrere continuamente nuove tecniche o nuovi maestri spirituali, ma nel riscoprire la ricchezza della propria tradizione. La Chiesa accompagna da sempre i malati attraverso i sacramenti, la preghiera di guarigione, la vicinanza umana e la pastorale della salute, senza contrapporsi alla medicina, ma riconoscendone il valore e collaborando con essa.

Suonano allora quanto mai attuali le parole dell’apostolo Paolo: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa di nuovo, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2Tm 4,3-4).

Sempre nella letteratura reikista si raccomanda prudenza nel permettere l’accesso al secondo e terzo livello, in quanto se una persona: “non ha un autentico desiderio di progredire, potrebbe provocarsi inutili problemi”. Se l’energia è buona, positiva perché si afferma che i processi di guarigione messi in moto nel terzo livello, essendo estremamente potenti, vanno accompagnati da chi li ha già attraversati e sempre il reikista Tarozzi scrive “…questo discorso non riguarda solo il Reiki: molte tecniche yoga, quali quelle del Pranayama o del Tantra, possono provocare gravi disturbi e perfino la pazzia, se non sono accompagnate da un tirocinio fisico ed alimentare ben preciso per preparare il corpo a riceverle

Il confronto sul Reiki continuerà probabilmente ancora a lungo. Ma, al di là delle diverse posizioni, resta una domanda che riguarda tutti: nella sofferenza l’uomo cerca soltanto un sollievo immediato oppure una verità capace di dare senso anche al dolore? È una domanda che interpella la medicina, la cultura e, inevitabilmente, anche la fede.