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ASCOLI PICENO – «Fermo restando l’utilizzo di eventuali residui ferie, sarà comunque garantita la regolare retribuzione sino al termine della procedura di mobilità in corso. Continuerà il confronto con le parti sociali ed istituzionali con l’obiettivo di definire il miglior percorso possibile per la gestione degli effetti sociali conseguenti all’annunciata chiusura dello stabilimento Idraulica di Ascoli Piceno e che ci vedrà parte se non verranno poste in essere azioni fuori dal quadro di legalità».
Firmato, la Direzione. Davanti ai cancelli della Manuli Rubber lunedì mattina gli operai hanno trovato questo comunicato aziendale. Senza la firma personale di un dirigente della multinazionale, come avviene invece di prassi.
L’azienda produttrice di tubi in gomma rimane chiusa, i cancelli sono presidiati dagli operai all’esterno mentre un servizio di sicurezza interno ingaggiato dalla multinazionale vigila sullo stabilimento, aiutato da cani antisommossa e sistemi di rilevamento elettronici.
Il clima è surreale. Mentre arriviamo di fronte ai cancelli, stanno caricando un furgoncino con il cibo che si trovava nella zona mensa. Lo portano via, non servirà più. L’Asur compie il suo controllo igienico di routine nei locali dove si preparava da mangiare. Gli operai mantengono il picchetto iniziato fin dai primi di agosto, alcuni sono provati, altri arrabbiati, altri devono ancora assorbire il colpo. Si spera nell’esito dell’incontro che è in corso in quello stesso momento presso la Prefettura di Ascoli, alla presenza dei rappresentanti sindacali interni, del responsabile risorse umane della Manuli e delle istituzioni. In strada, sotto il portone della Prefettura, un gruppo di operai manifesta con fischietti e cartelli, sorvegliato dalla polizia. È la fase della trattativa, istituzioni e multinazionale devono trovare un accordo per gli ammortizzatori sociali e la “buona uscita” della forza lavoro.

Duro accettarlo, ma pare che la chiusura dello stabilimento sia sempre più lontana dall’essere scongiurata. E non si tratta di uno stabilimento in crisi, in fallimento, che può essere rilevato da qualche imprenditore che decida di far ripartire la produzione. Il gruppo Manuli, da quanto sembra, semplicemente non vuole più puntare sullo stabilimento ascolano che gli ha fornito profitti per anni e anni. Vuole andar via, verso altri profitti, altri lidi. I lavoratori? Sono meri “effetti sociali”…

La multinazionale giustifica la non riapertura dello stabilimento con dei presunti “atti di vandalismo avvenuti nel mese di agosto”, “delle manifestazioni avvenute anche contro la persona del Direttore” (fu pacificamente contestato con degli striscioni di fronte allo stabilimento balneare di San Benedetto in cui trascorreva le sue giornate di mare). Il comunicato dell’azienda cita il presunto lancio di una bomba carta all’interno del recinto.
Il rappresentante sindacale Enrico Caputo ribadisce che la protesta e il presidio sono pacifici ma fermi, assolutamente non violenti e non rassegnati alla smobilitazione.
Però tutto sommato la mancata riapertura dello stabilimento non è un fulmine a ciel sereno. Era ben difficile che venisse riavviato senza la necessaria manutenzione estiva dei macchinari, con una procedura di mobilità in corso per cessazione dell’attività che intende mandare a casa 375 operai, per spostare la produzione in altro luogo, sembra in Cina.
Così, la Manuli motiva la non riapertura con la “impossibilità di assicurare l’incolumità fisica dei propri rappresentanti, dei propri collaboratori, nonché di salvaguardare il complesso dei beni aziendali”.
La multinazionale evidentemente non ritiene più i propri operai un “bene aziendale”. Infatti non li salvaguarda ma li tiene a debita distanza, oltre il filo spinato, osservati da arcigni body guard con i loro cani antisommossa.


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