SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tramite manipolazione del corredo genetico è possibile modificare alcune caratteristiche di una specie per renderla più adatta a delle finalità predeterminate. Può essere una pianta, un animale, un batterio o un’altra forma di vita di cui si altera artificialmente il DNA, tramite nuovi processi conosciuti come “ingegneria genetica”.

Il termine “trans” indica il passaggio da un posto all’altro e il termine “genic” si riferisce a gene, da ciò cibo transgenico.

Un cibo transgenico è quindi un organismo geneticamente modificato (OGM).

Molte sono le motivazioni che i produttori e i difensori degli OGM sostengono a favore: maggiore conservabilità del prodotto, più resistenza all’assalto di insetti e all’uso di pesticidi e diserbanti, miglioramento del cibo dal punto di vista della durata, del gusto e del valore nutritivo, garanzia di maggiori raccolti con ottima qualità del prodotto finale per fronteggiare le maggiori richieste e sconfiggere la fame nel mondo e la protezione dell’uomo da alcune malattie. Affermano che, anche se serviranno altre ricerche e rigorose linee guida per l’uso delle biotecnologie, l’importante è non fermare tutto, per pregiudizi ingiustificati.

Succede però che l’impresa, quando crea un nuovo OGM, deposita un brevetto industriale, diventando perciò proprietaria di tutti i semi nati dal nuovo organismo. Alcuni sementi OGM vengono progettati per produrre piante sterili, costringendo ogni anno i contadini ad acquistare i semi da quella “multinazionale” che ne controlla e impone i prezzi; i produttori di nuovi OGM sperano di vederli utilizzati su larga scala, ricavandone grossi guadagni.

Dalla ricerca arriva, per esempio, la notizia di pomodori geneticamente modificati capaci di prevenire il tumore, tuttavia sono molti gli scienziati o ricercatori, schierati contro l’introduzione di questi cibi direttamente o indirettamente nella catena alimentare. Dichiarano che con gli OGM sono a rischio salute e ambiente, per una irreversibile contaminazione e sconvolgimento dell’eco sistema, lo sviluppo di insetti e malattie resistenti ai pesticidi, la nascita di nuove erbe infestanti, animali e microrganismi, disturbi del sistema immunitario, nervoso, endocrino, fino ad effetti teratogeni e cancerogeni, resistenza agli antibiotici e reazioni allergiche inaspettate nell’uomo.

Autorità nazionali ed internazionali definiscono i criteri di sicurezza dei cibi e danno il permesso alla commercializzazione.

C’è una legislazione molto severa, protocolli da rispettare, ma anche se in Italia non si coltivano e non si vendono OGM, mangiamo prodotti quali carni bovine e suine, latte e formaggi che derivano da animali nutriti per lo più con soia transgenica d’importazione.

La normativa sugli OGM è oggetto in Europa di un ampio dibattito che coinvolge le istituzioni comunitarie e gli Stati Membri.

Nella Comunità Europea, tutti i cibi, contenenti ingredienti derivati da piante transgeniche, in proporzione superiore all’uno per cento (1%), deve essere segnalata tramite l’etichettatura obbligatoria. Dal 1 gennaio 2009, il Regolamento UE 834/2007 consentirebbe anche nei prodotti Biologici contaminazioni “accidentali” di OGM, fino allo 0,9%, addirittura senza l’obbligo di segnalarlo in etichetta.

È permesso coltivare circa venti prodotti e le più diffuse sono soia, mais cotone, colza, patata, zucchine, papaia… I Paesi produttori sono 21: i primi sono gli Stati Uniti, seguiti da Argentina, Brasile, Canada, Cina, Paraguay e India. In Europa, Spagna e Romania occupano il primo posto, seguiti da Germania, Francia e Repubblica Ceca.

La loro pericolosità per la salute umana non è ancora purtroppo nota. Le conseguenze a lungo termine potrebbero essere imprevedibili e forse non si manifestano nei due anni di osservazione richiesti prima della commercializzazione.

La vera sfida per l’agricoltura del terzo millennio è puntare a scelte responsabili, che il genere umano deve intraprendere per garantirsi un futuro, ma è necessario parlare di sicurezza alimentare piuttosto che di produzione alimentare e le multinazionali del settore hanno il dovere di salvaguardare, prima dei propri interessi economici, la natura e l’intera umanità.

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