dal settimanale Riviera Oggi numero 766
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Responsabile al pari del concittadino uomo dello sviluppo materiale ed economico della città e della creazione di un’identità culturale riconoscibile, la donna nel territorio piceno è stata relegata spesso ai margini della storia.
Gabriele Cavezzi, ricercatore e storico locale, definisce la questione un “universo femminile piceno”, in cui la donna è a mala pena citata nei documenti, dove appare come “fantasma”, a volte senza neanche un cognome, come negli Statuti conservati nell’Archivio di Stato di Ascoli: fonte documentaristica della discriminazione, ma anche tracciato di un progressivo riconoscimento del valore e dei diritti naturali e legislativi riconquistati con enorme fatica. Lo storico piceno è stato uno dei relatori che il 7 marzo si sono incontrati con il pubblico, prevalentemente femminile, dell’Auditorium della biblioteca comunale. “Memorie e storie di donne”, convegno organizzato dall’amministrazione comunale, in collaborazione con il Circolo dei Sambenedettesi, e che è stato introdotto da Margherita Sorge e moderato da Benedetta Trevisani.
A partire dal ‘400 fino al periodo di dominazione francese, si sono ascoltate storie di una durezza drammatica, fatte di brigantaggio e violenza, infanticidio e povertà, analfabetismo e credenze popolari, ma anche di primi segnali di proto-femminismo, come la lettera della metà del ‘800 indirizzata alla Magistratura di Ascoli, in cui un gruppo anonimo di donne rivendica l’uso delle “ciambelle”, ritenute sconvenienti e scandalose perché lasciavano scoperti i calcagni. Ma è il terreno delle superstizioni il luogo principe in cui è esercitato il fascino dell’affabulazione intorno ai poteri sovrannaturali temuti della donna, maga, fattucchiera e ruffiana, nella relazione di Isa Tassi. Dalla figura de “La magàra”, dipinta con incredibile colore nell’omonima poesia di Bice Piacentini, letta da Antonietta Del Zompo della Ribalta Picena, alle “stroleg”, abili cartomanti che sedevano in piazza Matteotti e mettevano a servizio la loro esperienza con le carte.

Come la Cerin, ruffiana che preparava talismani, per le giovani coppie sposate, grattando i mattoni del pavimento o Domenica, detta “Menica” che in estasi davanti alla nicchia della statua di San Pietro nella chiesa di San Giuseppe era in grado di prevedere il futuro. Esisteva una serie numerosa di mantiche e amuleti, come “lu brev”, sacchetto di stoffa, appartenuta a un prete, cucita con filo rosso e ricami votivi e contenente sale grosso e un santino.
Una realtà non così lontana; anche chi scrive ha avuto appuntato alle proprie vesti, 30 anni fa, il magico involucro, regalo dell’anziana nonna. Sì perché erano le “fandèlle”, gli infanti e le donne incinte i primi beni da custodire e proteggere contro gli attacchi di una vicina invidiosa, di una fattucchiera e prima di tutto delle “sdreghe”. A questo proposito era richiesto anche l’intervento del padre, che in riva alla marina, contando sette passi indietro, raccoglieva pugni di sabbia da lasciare sull’uscio di casa, assieme a una scopa capovolta, per far attardare le streghe e tenere così in salvo la “criature”.
Credenze che appaiono anche nella poesia in vernacolo, come la già citata “La magàra” di Bice Piacentini o in “Apparizioni” di Giovanni Vespasiani, che racconta l’ingenua attesa della giovane sambenedettese, che nel giorno dell’Ascensione si reca in spiaggia all’alba per scorgere sul mare la testa di San Giovanni, presagio di matrimonio entro l’anno. È proprio nella letteratura dialettale, secondo la relazione del professor Tito Pasqualetti, che emerge il ritratto fervido della donna sambenedettese.

Le due voci liriche, a cui si aggiunge quella di Ernesto Spina, hanno saputo lasciare un documento indelebile della figura femminile, in ogni sua declinazione, operosa, litigiosa, sanguigna e pettegola, madre devota e in lacrime per la perdita di un amato figlio in mare, disperata come in “Ce revedem su”, ma sempre tenace  e  incantatrice come “La retàre”, che lavorando la rete ammalia con la bellezza della sua voce.

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