Dal settimanale Riviera Oggi numero 724


SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Una storia di passione, di amore per i documenti antichi, per quelle polverose carte, testimonianze di una città che fu.
Questa è la storia di Mafalda Di Iacovo, giovane archivista sambenedettese, che da otto anni si occupa, a intervalli irregolari, del passato della nostra città, conservando e catalogando i documenti più vari. Li ha tirati fuori da vecchi scatoloni impolverati, li ha esaminati, ha sfogliato ogni pagina con la più estrema delicatezza per paura che la carta usurata dagli anni, spesso dai secoli, venisse meno tra le sue mani. Ha letto, tradotto, decifrato e catalogato.
Statuti, catasti, delibere comunali, regolamenti, ma anche registri di nascite e aborti, di emigrati e di emigranti: tutto questo è quotidianamente sotto gli occhi della dottoressa Di Iacovo che da qualche settimana svolge il suo lavoro all’interno dell’antico Palazzo Bice Piacentini, al Paese Alto di San Benedetto del Tronto, dove ha trovato posto l’archivio comunale.
Mafalda Di Iacovo ha una laurea in Storia e Conservazione dei Beni Culturali, con indirizzo archivistico-librario, presa all’Università di Urbino, alla quale ha fatto seguito una specializzazione all’Archivio Storico di Modena.
Dal 2000 lavora per il Comune di San Benedetto con contratti a progetto che si rinnovano a intervalli irregolari.
Ha iniziato a collaborare per l’archivio quando questo era sistemato nel sottotetto dell’ex municipio in via Battisti. Qui per circa tre anni il suo lavoro è consistito nell’aprire scatoloni, rovistare tra le numerose carte e fare elenchi. Poi dal Comune hanno deciso di cambiare rotta e di privilegiare la fruibilità dell’archivio, dunque il suo compito è mutato: doveva accogliere le persone che volevano consultare l’archivio.
Nell’ultimo mese c’è stata la svolta: l’archivio ha traslocato nel vecchio palazzo restaurato, una decisione presa, già da tempo, dall’assessorato alla Cultura e messa in atto lo scorso 29 marzo.
Al primo piano del Palazzo Bice Piacentini Mafalda Di Iacovo lavora ogni pomeriggio dalle 15 alle 19, accogliendo ricercatori, ragazzi alle prese con rognose tesi di laurea o anche solo semplici appassionati, li fa accomodare in una bellissima stanza e consegna loro il materiale che cercano.
«Questo è un posto per studiosi – ci dice la dottoressa Di Iacovo – per chi ha bisogno di fare delle ricerche, anche se non è semplice. Io consegno il materiale, spesso sono testi incompleti, altre volte rotti, molti dei quali scritti in latino. Ci vuole un grande lavoro di interpretazione».
«Quando un utente arriva qui compila un foglio con tutti i suoi dati. Se si rilevano danni ai documenti prestati, naturalmente il visitatore è tenuto a risarcire. Tuttavia questi sono pezzi unici, non valutabili, quindi l’unica soluzione è prestare molta attenzione durante le ricerche».
Parlando con la dottoressa Di Iacovo ci accorgiamo di quanta preparazione c’è dietro al suo lavoro. Frughiamo tra alcune carte che sono esposte nel suo ufficio all’interno di una vetrinetta. C’è un testo, il più antico, che risale al 1570 ed è “Lo statuto dei fermani”, interamente in latino.
Con una sorta di imbarazzo palesiamo le nostre lacune, gli anni del liceo sono passati e le reminescenze sbiadite. Lei sorride, ci legge qualche riga e ammette che «il latino devi conoscerlo bene, altrimenti non lavori».
Dunque tanti anni di studio e sacrificio, per un lavoro che difficilmente fa “arrivare a fine mese”, un lavoro che «fai solo per passione, ma non ci puoi vivere, devi fare anche altro per sbarcare il lunario. Poi la situazione negli archivi comunali è particolare. Sono strutture che vivono dei fondi che vengono elargiti da Provincia e Comune. Se i fondi mancano, come è successo in anni passati, perché magari devono essere indirizzati per altri interventi, l’archivio viene chiuso e io “congedata”».
Ora c’è una nuova sede, il Comune ha fatto investimenti, insomma è diminuita l’incertezza del domani del ricercatore precario. Mafalda è positiva. «L’assessorato alla Cultura ha fatto tanto. Adesso finalmente c’è un posto definitivo per tutta la nostra storia, per conservarla e renderla consultabile. Speriamo continui così».

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