SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Kim Ki-Duk è il regista delle ossessioni. Il suo ultimo film, Time, costituisce la rappresentazione più forte e crudele dell’intera sua opera.
Un uomo ed una donna convivono da due anni. Lei è angosciata dalla paura di essere tradita o lasciata per la caducità della sua bellezza. Si rifugia in un intervento estetico che le cambierà il volto e la renderà irriconoscibile agli occhi di chi l’amava. La sua sfida sarà riconquistare il suo uomo con sembianze diverse fino a quando entrerà paradossalmente in competizione con ciò che era prima…
Sono due le dimensioni sulle quali il regista coreano dipinge i suoi film: il Tempo e l’Amore. Da Ferro3 (i silenzi e i movimenti lentissimi dilatano i periodi fino a lacerarli) a L’Arco (ricordate il vecchio della barca che strappa le pagine del calendario per avvicinarsi al giorno del matrimonio con la sua amata?) le relazioni sentimentali tra uomo e donna si agitano rincorrendosi all’interno di uno spazio temporale dove tutto resta imprigionato, perennemente oppresso.
Il circuito nel quale si incanala il racconto ha il fine di combattere il tempo, a volte di dominarlo, altre di fermarlo (cosa sono le foto se non il tentativo disperato di bloccare un istante unico ed irripetibile?). Il vero obiettivo è di rendere immortale ciò che forse non lo sarà mai: l’amore. La paura di perderlo è il più grande dei tormenti e si proietta sulla dolorosa trasformazione corporea. Perché l’insicurezza rende le rotte dell’inconscio umano assolutamente imprevedibili facendo si che ognuno si trovi a dover fare i conti con la propria identità.
Kim coglie l’essenza dell’amore nella sua assenza laddove i luoghi dell’ambientazione diventano i luoghi dell’anima e costituiscono lo sfondo non casuale all’eterna lotta con il Tempo. I tavoli di un bar, un traghetto, l’interno di un appartamento e soprattutto una spiaggia dove le sculture diventano isole a causa dell’alta marea sono il palco preferito per mettere in scena il suo personale teatro.
Chi riconosce al regista coreano uno stile poetico fatto di silenzi e minimalismi forse resterà deluso. La crudezza della storia e delle sue scelte visive corre spesso il rischio di far cadere nel ridicolo alcuni passaggi chiave, soprattutto agli occhi di chi non è abituato ad un certo stile di recitazione orientale fatto di ingenuità in gesti e dialoghi. Ma Kim non ammette mediazioni e le sue ossessioni ne hanno fatto uno dei cineasti più apprezzati e attesi dell’ultima generazione.

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