SAN BENEDETTO – Quando frequentavo i primi anni della scuola superiore, c’era un piccolo “investimento” al quale non volevo rinunciare: i libri di Luigi Pirandello. I soldi che mia madre mi dava per la colazione spesso finivano in libreria. Rinunciavo alla merenda, ma tornavo a casa con un nuovo libro da leggere.

Pirandello mi affascinava profondamente. Nelle sue pagine trovavo domande, inquietudini e personaggi nei quali, in qualche modo, riuscivo a riconoscere qualcosa dell’animo umano. Ma quando lessi Uno, nessuno e centomila provai qualcosa di diverso. Ne rimasi profondamente colpita. Quel romanzo mi conquistò per la sua capacità di mettere in discussione ciò che, fino a quel momento, poteva sembrare una certezza: l’idea stessa che ciascuno di noi sappia davvero chi è.

Forse è anche per questo che, a distanza di tanti anni, il centenario della pubblicazione di quest’opera mi offre l’occasione per tornare a quelle pagine. E rileggendole oggi, in una società nella quale l’identità viene continuamente esposta, raccontata e reinterpretata, la domanda di Pirandello appare ancora sorprendentemente attuale.

Nel 1926 vedeva infatti la luce l’ultimo romanzo dello scrittore siciliano, una delle sue opere più radicali e profonde. La vicenda di Vitangelo Moscarda prende avvio da un episodio apparentemente insignificante: la moglie gli fa notare che il suo naso pende leggermente da una parte.

Una semplice osservazione diventa però una rivelazione. Moscarda scopre improvvisamente che l’immagine che ha di se stesso non coincide con quella che gli altri hanno di lui. È una piccola crepa che finisce per incrinare l’intera costruzione della sua identità.

Da quel momento comincia una ricerca inquieta. Chi siamo veramente? Siamo ciò che pensiamo di essere oppure siamo anche, e forse soprattutto, ciò che gli altri vedono in noi?

È racchiusa già nel titolo, Uno, nessuno e centomila la straordinaria intuizione di Pirandello.

Uno, perché ciascuno tende a percepirsi come una persona unica, definita, riconoscibile.

Centomila, perché ogni persona che ci incontra può costruire di noi un’immagine diversa.

Nessuno, perché, quando tutte queste immagini entrano in conflitto, l’idea di un’identità definitiva rischia di dissolversi.

Moscarda cerca di liberarsi dalle forme e dalle maschere che gli altri gli hanno attribuito. Ma la liberazione non coincide con la conquista di una nuova identità. Il suo percorso conduce piuttosto verso la rinuncia a un’immagine fissa di sé.

Lo scrittore ci mette così davanti a una domanda scomoda: esiste davvero un io completamente separato dagli sguardi degli altri?

A cento anni dalla pubblicazione, questa domanda acquista una risonanza particolare.

Non esiste, naturalmente, un rapporto diretto tra il romanzo del 1926 e i social network nati molti decenni dopo. Eppure è difficile non riconoscere alcune sorprendenti consonanze.

Oggi ciascuno può costruire e mostrare diverse immagini di sé: quella familiare, quella professionale, quella pubblica e quella digitale. Fotografie, parole, commenti, relazioni e contenuti contribuiscono a creare una rappresentazione di noi stessi che viene continuamente osservata e interpretata.

I “centomila” di Pirandello sembrano così moltiplicarsi. Non siamo soltanto ciò che pensiamo di essere, ma anche ciò che gli altri percepiscono, interpretano e ricordano di noi.

E proprio qui il romanzo torna a interrogarci. Quanto dell’immagine che presentiamo agli altri corrisponde alla nostra realtà più profonda? E quanto, invece, è costruzione, adattamento, desiderio di essere riconosciuti?

Il romanzo non offre risposte facili. Uno, nessuno e centomila non è un libro che rassicura. È un’opera che destabilizza perché mette in discussione una delle nostre convinzioni più radicate: quella di conoscere noi stessi.

Pirandello non consegna al lettore una risposta definitiva. Lo accompagna dentro l’incertezza, mostrando quanto sia difficile separare la persona dalle immagini che gli altri costruiscono di lei.

Nel 1934, otto anni dopo la pubblicazione del romanzo, Pirandello ricevette il Premio Nobel per la Letteratura. La sua ricerca sull’identità, sulle maschere sociali e sulla relatività dei punti di vista aveva ormai assunto una dimensione universale.

Forse è proprio questo il motivo per cui, dopo un secolo, quelle pagine continuano a parlarci.

Io lo ricordo ancora come quel libro che, tanti anni fa, mi fece riflettere molto. Lo avevo comprato, come altri libri di Pirandello, con i soldi che mia madre mi dava per la colazione. Allora non avrei potuto immaginare che quelle pagine sarebbero rimaste dentro di me così a lungo.

Oggi, rileggendole con gli occhi di una persona adulta e dentro una società profondamente cambiata, ritrovo la stessa domanda che mi aveva colpito allora: chi siamo davvero, quando smettiamo di guardarci soltanto con i nostri occhi e cominciamo a considerarci attraverso gli occhi degli altri? È una realtà complessa, attraversata dalle relazioni, dagli sguardi e dalle esperienze. E la domanda di Moscarda — chi siamo davvero? — a cento anni di distanza non ha ancora trovato una risposta definitiva

Forse il fascino di Pirandello sta proprio qui: non nel dare una risposta, ma nell’averci insegnato a non accontentarci delle risposte troppo semplici.