SAN BENEDETTO – Tredici anni fa era solo un’idea ambiziosa e un cantiere aperto; oggi è il cuore pulsante del rugby locale e un punto di riferimento per l’intera comunità. L’8 giugno segna una ricorrenza speciale per l’Unione Rugby San Benedetto: l’anniversario della posa della prima pietra dello stadio intitolato a Nelson Mandela.

Quella che sul tabellino di marcia sembrava la semplice costruzione di un impianto sportivo, si è trasformata in qualcosa di molto più profondo. Il “Mandela” ora è “casa” per generazioni di atleti, tifosi e appassionati.

Su quel prato, in tredici anni di attività, si sono incrociati i destini di centinaia di ragazzi. Il quotidiano dello stadio è fatto di sacrifici e sudore, di allenamenti duri affrontati sotto la pioggia battente o il sole cocente dell’estate adriatica. Ma il rugby, si sa, non si ferma al fischio finale.

Il legame con il territorio e il rito del “Terzo Tempo”

Il vero miracolo del “Mandela” si compie ogni fine settimana nei leggendari “terzi tempi”, dove le rivalità agonistiche si azzerano e si trasformano in amicizia e sostegno reciproco tra squadre avversarie e tifoserie. È qui che l’impianto sambenedettese dimostra la sua natura di centro sociale e culturale, prima ancora che sportivo.

La dirigenza e la comunità della palla ovale hanno voluto esprimere un profondo ringraziamento a tutti i pionieri che, nel 2013, credettero in un progetto che sembrava un’utopia, e a chiunque continui a frequentare e proteggere quel campo.

Il viaggio del rugby a San Benedetto del Tronto prosegue, forte di una struttura che ha ancora molte pagine di sport e di vita da scrivere.