ANCONA – Era un vero e proprio shop online quello creato da “La Sacra Famiglia”, con la possibilità da parte del cliente di poter scegliere, oltre a qualità e quantità, la modalità di consegna: il corriere poteva raggiungere il luogo indicato dal cliente, che pagava per tale servizio un supplemento. La seconda opzione, invece, stabiliva il ritiro presso una sede decisa dal gruppo criminale, un’alternativa che esonerava il cliente da qualsiasi costo aggiuntivo di consegna. Una volta effettuata la consegna, il cliente lasciava poi una recensione sulle piattaforme usate dall’organizzazione, commentando la qualità e la puntualità e discrezione del servizio di consegna. Sul piano organizzativo, emerge con maggiore chiarezza il modello adottato per la distribuzione: accanto a un canale principale dedicato alla vendita di ingenti quantitativi, l’associazione aveva sviluppato una rete di “point” territoriali, veri e propri centri operativi locali, attivi in diverse località marchigiane. Un sistema assimilabile a quello di un franchising, che garantiva presenza costante e controllo del mercato.
Al vertice di questo sistema, simile per struttura agli e-commerce più legali, sedeva un italiano di 28 anni originario di Macerata, che i membri del gruppo chiamavano “Padre”, ricostruiscono gli inquirenti. Era lui a gestire i rapporti con i fornitori, sia spagnoli sia attivi nell’area romana di Tor Bella Monaca, oltre che con alcune realtà criminali pugliesi e calabresi. Allo stesso tempo, definiva gli stipendi degli affiliati, inclusi quelli finiti agli arresti, e impartiva ordini per pestaggi e ritorsioni nei confronti di soggetti ritenuti infedeli.
In un’occasione, dopo aver organizzato la consegna di un ingente quantitativo di droga a Bari, il capo dell’organizzazione aveva imposto che un esponente del gruppo locale si recasse nelle Marche come garanzia dell’operazione. L’uomo sarebbe dovuto rimanere sotto il suo controllo fino alla conferma della riuscita dello scambio.
L’affare, tuttavia, era fallito: gli incaricati della consegna furono rapinati a mano armata e costretti ad abbandonare il carico. Alla notizia, il capo tentò una ritorsione nei confronti del referente pugliese, che riuscì a sottrarsi alla violenza lanciandosi da un’auto in corsa sull’autostrada, nei pressi di San Benedetto del Tronto, venendo poi soccorso da un camionista. In un’altra circostanza, sarebbe stato pianificato un atto intimidatorio nei confronti di un affiliato ritenuto infedele, con l’idea di ucciderne il cane utilizzando delle polpette piene di chiodi.

Il momento del lancio da un’auto in corsa sull’autostrada, dal video della Polizia di Stato
L’organizzazione presentava una struttura gerarchica ben definita. Subito sotto il vertice operavano tre giovani italiani, apparentemente insospettabili, tutti tra i 20 e i 30 anni, con compiti organizzativi e gestionali: coordinavano corrieri e depositi, pianificavano le consegne e gestivano i flussi di denaro derivanti dall’attività illecita.
Alla base della struttura si collocavano corrieri e magazzinieri. I primi si occupavano delle consegne sul territorio, arrivando a effettuare anche dieci viaggi al giorno; i secondi gestivano lo stoccaggio della droga in appartamenti o garage.
I corrieri, spesso reclutati anche online, percepivano circa 150 euro al giorno, oltre al rimborso delle spese operative, mentre ai magazzinieri veniva riconosciuto un compenso mensile di circa 2.500 euro.
Grazie alla struttura organizzativa gerarchica e ai “point” territoriali, l’associazione riusciva a gestire traffici ingenti e continuativi: i documenti della Polizia di Stato parlano di circa 150-200 kg al mese di hashish e marijuana e di 30-40 kg di cocaina. Questi volumi erano resi possibili anche grazie ai rapporti diretti che la “Famiglia” manteneva con i fornitori del sud della Spagna, assicurando approvvigionamenti costanti e un controllo capillare sul mercato delle Marche.

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