SAN BENEDETTO – Era la mattina dell’11 febbraio 2013, stavo facendo lezione a scuola, quando un alunno interrompe e grida: “Professoressa, papa Benedetto XVI ha annunciato le dimissioni”. Era evidente che lo studente non essendo interessato alla lezione navigava tranquillamente in internet. Allora sospesi l’attività e chiesi al ragazzo di leggere l’intera notizia. Non si trattava di una fake news! Papa Benedetto XVI si era proprio dimesso. Il 28 febbraio lascia il soglio pontificio. Il 12 e il 13 marzo 2013, nella Cappella Sistina, dopo cinque scrutini, venne eletto papa, il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, che assume il nome di Francesco. Bergoglio è stato il primo Pontefice a provenire da un Ordine religioso dopo il camaldolese Gregorio XVI, eletto nel 1831, 182 anni fa.

Il 9 dicembre 2024 ho avuto la gioia di incontrarlo al Palazzo Apostolico, in Vaticano, presso l’Aula della Benedizione, in occasione del 1° Convegno Internazionale di Teologia. Era scivolato il giorno prima e aveva il collo completamente rosso scuro per gli ematomi, ma era sorridente come al solito e ci ha salutati uno per uno, eravamo 500 partecipanti.

Il 21 aprile 2025, alle ore 7.35, Jorge Mario Bergoglio è morto, lasciando il popolo di Dio affranto per la perdita di un pontefice decisamente innovativo e unico rispetto ai suoi predecessori  per alcuni aspetti, come l’impegno per i poveri e gli emarginati, per l’apertura al dialogo, la sensibilità ecologica e la riforma della Chiesa.

Papa Bergoglio ha iniziato il suo pontificato con un parlare semplice, ma vero ed efficace e vorrei riportare alcune frasi che hanno aiutato le persone a migliorare le relazioni: «Una cosa che aiuta tanto la vita matrimoniale sono tre parole. Tre parole che si devono dire sempre, tre parole che devono essere di casa: “permesso; grazie; scusa».

Nella mattinata del 29 giugno 2017, durante l’omelia pronunciata in piazza San Pietro per la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il santo Padre ci interroga: “Chiediamoci se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno Lui nel cuore”. “Chi confessa Gesù” ha continuato il Papa “sa che non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita; sa che non può credere in modo tiepido, ma è chiamato a ‘bruciare’ per amore; sa che nella vita non può ‘galleggiare’ o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno nel dono di sé. Chi confessa Gesù, fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, ma fino alla fine, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni”.

Chi non ricorda l’appello di Francesco ai sacerdoti riuniti nella basilica di San Pietro, nella sua prima messa crismale, il mattino di giovedì 28 marzo 2013: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore […] ma con il sorriso di papà»”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini».

Questa è la figura del Vescovo che c’è nel cuore del Santo Padre. Ed è uguale per i sacerdoti, per i Cardinali e per lo stesso Papa: pastori che non solo non pretendono di vestirsi con la lana delle pecore, ma che sono «appassionati» a servirle. Infatti è questa l’immagine dei pastori che pascolano le pecore e non se stessi che troviamo nel Vangelo.

Nella stessa omelia il pontefice prosegue: «L’unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro». Riferendosi ai sacerdoti prega il Padre affinché rinnovi lo Spirito di Santità con cui sono stati unti, lo rinnovi nel loro cuore in modo tale che l’unzione giunga a tutti, anche alle periferie, là dove il popolo fedele più lo attende ed apprezza…» evidenzia che “il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele”.

Innumerevoli sono gli interventi da lui fatti sul peccato e sulla misericordia di Dio. Nell’udienza del 30 marzo 2016 afferma: “Dio è più grande del nostro peccato”, e parlando a braccio, ha invitato i 30mila fedeli presenti a ripetere tre volte insieme con lui questa frase. Il consiglio del Papa è di fare come il re Davide, che non ha avuto paura di confessare “un peccato brutto” come lo definisce Francesco: “Non era un peccato da poco, una piccola bugia, quello che aveva fatto: aveva fatto un adulterio e un assassinio”, ma Davide riconosce la propria colpa, la confessa e così si riconcilia con Dio. “E qui Davide è stato umile, è stato grande!” afferma il papa.

L’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno nella nostra vita è quella di essere perdonati”, assicurando: “Dio è più grande del nostro peccato. E il suo amore è un oceano in cui possiamo immergerci senza paura di essere sopraffatti”.

Dio non nasconde il peccato, ma lo distrugge e lo cancella”, ha spiegato Francesco.  Non “come fanno in tintoria, quando portiamo un abito e cancellano la macchia”, ma “dalla radice, tutto”.

Quante volte il nostro Bergoglio ci ha esortato di fare come i bambini! Infatti, chiede: “Quando un bambino cade, cosa fa? Solleva la mano alla mamma, al papà perché lo faccia alzare”. Il papa esorta a fare lo stesso: “Se tu cadi per debolezza nel peccato, alza la tua mano: il Signore la prende e ti aiuterà ad alzarti. Questa è la dignità del perdono di Dio! La dignità che ci dà il perdono di Dio è quella di alzarci, perché lui ha creato l’uomo e la donna perché stiano in piedi”. Conclude: “È bello essere perdonato, ma se tu vuoi essere perdonato tu anche, perdona!” “Il Signore non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono.

Il 19 agosto 2014, Antonio Spadaro intervista Papa Bergoglio e mi è rimasta bene in mente la risposta del Papa alla prima domanda che il giornalista gli rivolge: “Chi è Jorge Mario Bergoglio? Il Papa fissa in silenzio Spadaro, probabilmente non si aspettava questa domanda, poi risponde: «Non so quale possa essere la definizione più giusta […] Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Il Papa continua a riflettere «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa:sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «Io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto: Miserando atque eligendo, l’ho sentito sempre come molto vero per me».

Come non ricordare il concetto della Chiesa come ospedale da campo: “Io vedo con chiarezza che ciò di cui la Chiesa ha oggi più bisogno è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli.”

Nei primi tempi del suo pontificato Bergoglio si è soffermato sulla forma del sacramento della confessione sollecitandoci ad essere diretti come i bambini: “I bambini dicono la verità: ‘Ho fatto questo’. Non cercano di girarci intorno. Sono semplici, dicono il peccato come è. Noi invece tante volte cerchiamo di giustificarci. Dobbiamo imparare dai bambini.”

Oppure, in un’altra occasione ha detto in modo ancora più diretto: Dobbiamo dire i peccati con concretezza, come i bambini: ‘Ho fatto questo’. Umiltà, semplicità, concretezza.” Egli ha insistito su questo punto perché spesso gli adulti tendono a giustificarsi, vagheggiare o minimizzare, mentre i bambini dicono tutto in modo diretto, sincero, senza giri di parole. Secondo lui, questo è lo spirito giusto per una buona confessione.

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In un’altra occasione, il 17 marzo 2023, durante l’omelia, Papa Francesco ha ribadito che il sacramento della confessione non è un tribunale umano, ma un abbraccio divino che guarisce il cuore e dona pace. Ha invitato i confessori a perdonare tutto, come Dio perdona tutto, senza mettere il dito nelle coscienze, lasciando che i penitenti esprimano le proprie colpe con sincerità. ​

Questi concetti descritti sono quelli che sono permanentemente fissi nella mia mente e nel mio cuore più degli altri. Ma il pensiero filosofico che ci ha lasciato il caro papa argentino con 12 anni di pontificato è infinito, possiamo meditarlo e rivisitarlo a nostro piacere quando lo desideriamo.