«Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono».

Così rispose Michela Murgia ad Aldo Cazzullo nella già celebre intervista pubblicata per la prima volta sul Corriere della Sera il 6 maggio 2023. Michela Murgia è morta di carcinoma renale tre mesi dopo, il 10 agosto (cadevano stelle).

«… non mi riconosco nel registro bellico, – proseguiva in quell’intervista, – Parole come lotta, guerra, trincea… Il cancro è una malattia molto gentile. Può crescere per anni senza farsene accorgere».

In quei giorni, proprio mentre arrivava nelle librerie l’ultimo lavoro di Michela (Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, Mondadori, 2023) e sui social diventava virale il suo video del taglio dei capelli, anche io scoprivo la rotonda nudità del mio cranio: avevo appena vissuto i primi due sfiancanti cicli di chemioterapia “neoadiuvante”, cioè eseguita prima dell’intervento di mastectomia.

La mia poderosa chemio in sintesi: 4 cicli di EC (Epirubicina e Ciclofosfamide) in regime “dose-dense”, vale a dire un regime intensivo che prevede la somministrazione dei farmaci per endovena ogni due settimane invece che ogni tre, e a seguire 12 cicli settimanali di taxolo, per un totale di 16 cicli di chemioterapia distribuiti su circa sei mesi di vita fiacca e grigiastra, tutti raccontati nella prima serie del Progetto Kintsugi.

La malattia è una colpa?

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Nel primo racconto di Tre ciotole, la protagonista riceve una diagnosi di cancro e dialoga con un oncologo geniale, al quale lei chiede subito: «Dove ho sbagliato?».

Sì, perché, fra le domande più ovvie e più stupide che ci si fa quando si riceve una diagnosi di cancro, c’è anche il dubbio di aver condotto una vita viziosa, o non abbastanza sana, di aver fatto sbagli irrimediabili. Come a dire: me lo sono meritata, vero? (in quante ce lo siamo chieste, quando ci hanno diagnosticato un cancro al seno? La verità).

Il medico geniale rimane silenzioso e poi le dice: «Siamo esseri complessi, signora… non credo si possa definire la questione in termini di sbagli suoi. Gli organismi sofisticati sono più soggetti a fare errori. È il sistema che ogni tanto si ingarbuglia, la volontà non c’entra».

La mitologia del cancro e l’inadeguatezza del linguaggio bellico

Nessuno più di Michela Murgia, almeno nel nostro tempo, ha discusso con lucidità e puntualità del rapporto tra malattia, corpo e persona.

Prima di lei, Susan Sontag negli anni ’70 aveva già indicato una strada, che non mi pare abbiamo seguito qui in Italia. Ho già parlato della sua tesi nel numero 2 di questa rubrica, il titolo che ho dato all’articolo è “Raccontare il cancro: demitizzare per capire“.

Il brutto male, il male incurabile, il bastardo, il maledetto, il nemico, l’alieno: si ricorre ancora oggi, e sempre di più, a tutta una nomenclatura dell’innominabile, opportunamente corredata dal lessico della difesa (la lotta, la battaglia, la guerra) e dalla creazione di eroine ed eroi (guerrieri, combattenti), martiri e santi di un’epica della sofferenza punitiva, mandata sulla terra dal destino.

Fatela finita.

A ottobre, fate gli screening gratuiti e rileggete Susan Sontag

Lo ripeto oggi, primo giorno di ottobre, mese rosa della prevenzione dei tumori al seno. Ritengo importante rileggere il saggio di Susan Sontag, Malattia come metafora. Il cancro e la sua mitologia, Einaudi 1979 (riedito, e ne siamo grati, da Nottetempo nel 2020).

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Tutta la vita di Susan Sontag è stata scandita dalla malattia, che lei definì “il lato notturno della vita, una cittadinanza più gravosa“: un cancro al seno all’età di 42 anni (con metastasi ai linfonodi), un sarcoma uterino a 65 e infine, a 71 anni, una mielodisplasia che si trasforma nella leucemia con cui si conclude la sua storia.

Ecco cosa dice lei:

«… lungi dal rivelare qualcosa di spirituale, [il cancro] rivela invece che il corpo è, malauguratamente, soltanto un corpo. […] Le nostre idee sulla malattia, e gli usi metaforici a cui lo abbiamo sottoposto, sono in larghissima parte un mezzo attraverso cui si esprimono le grandi insufficienze della nostra cultura: l’atteggiamento superficiale rispetto alla morte, le ansie emotive, le risposte avventate e sconsiderate ai reali ‘problemi di crescita’, l’incapacità di costruire una società industriale avanzata in grado di regolare correttamente i costumi, e i giustificati timori sul corso sempre più violento della storia».

Soltanto togliendo potere alla retorica possiamo conoscere in profondità la realtà della malattia, comprenderne la vera natura e guardarla con la consapevolezza che serve.

Ottobre, mese rosa: fate cultura, non fate la guerra

A ottobre, si sa: un mese di campagne pubblicitarie, di screening gratuiti, di innumerevoli e pregevoli iniziative nazionali, nastrini e spillette rosa. Tutto bellissimo, anzi, ecco alcuni link utili a informarsi per bene:

  • Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro: il sito è ricco di contenuti gratuiti da scaricare. Leggete.
  • Nastro Rosa: è la campagna portata avanti ogni anno dall’AIRC per sostenere la ricerca. La spilla dell’AIRC è ben riconoscibile e difficilmente imitabile, anche perché ha una forma speciale: un nastro incompleto. La parte di colore mancante vuole rappresentare le donne che, ancora oggi, non sopravvivono a una diagnosi di tumore al seno. Acquistando la spilla, con una donazione minima di 2 euro, si contribuisce a sostenere la ricerca sul cancro al seno e a educare le donne all’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce dei tumori della mammella.
  • LILT: il claim della campagna 2024 è “Join the Fight” (“Unisciti alla lotta”). Come non detto. Ma si può scaricare un opuscolo informativo molto utile.

Evitate i post melodrammatici sui social, preferite la narrazione ai sentimentalismi, la creatività rispetto alla banalità. Al posto del linguaggio bellico, privilegiate le parole dell’informazione, della prevenzione e della cura.

Poi, se non lo avete ancora fatto, approfittate del mese rosa per andare a farvi un’ecografia, o una mammografia se avete raggiunto i 40 anni. Perché il cancro è sempre una cosa che capita agli altri finché non capita anche a voi.

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[Info: Nastro Rosa è una rubrica a cura di Annalisa Di Salvatore, copywriter freelance. Dal 2023 è paziente oncologica e autrice del blog Progetto Kintsugi]