Video e foto di Giancarla Perotti
CORROPOLI – Pubblichiamo la seconda parte del servizio realizzato dal nostro giornale, domenica 1 settembre, “La rievocazione della trebbiatura” presso la zona Ravigliano di Corropoli.
Domenica 1 settembre, a Ravigliano, alle ore 10, in una mattinata soleggiata, resa gradevole da un fresco venticello, è iniziata la rievocazione della trebbiatura. Paesaggio incantevole, di una distesa di campagna pianeggiante e infinita, ricca di piante di ulivi. Il terreno con le stoppie indicava, la mietitura del grano avvenuta da poco più di un mese.
“Rav’jà tant uije e tant rà”, (Ravigliano tanto olio e tanto grano!) Frase che ha sempre contraddistinto questa contrada, dove è situato anche un agriturismo che ripropone ottimi cibi del passato. Questa seconda edizione, della rievocazione della trebbiatura, è stata programmata e realizzata dall’associazione “Rosa di Maria Regina A.P.S.” con sede nella chiesetta/oratorio che Rosa ha fatto costruire e poi donata alla parrocchia Sant’Agnese di Corropoli.
Abbiamo chiesto al presidente Concetto di Francesco chi è Rosa, o meglio chi era dato che è morta nel 2017: “Rosa Di Matteo è una benefattrice, si è distinta per la preghiera e la devozione a Maria Santissima e le opere di carità. Cercava di aiutare le persone come poteva ed è stata sempre in comunione con la Chiesa. Noi abbiamo chiamato l’associazione Rosa di Maria Regina per tre motivi: innanzitutto in memoria di Rosa dato che nell’oratorio abbiamo la sede dell’associazione, il secondo perché è sempre stato un luogo di preghiera e noi continuiamo a pregare per le necessità di tutti, soprattutto dei malati gravi, il terzo motivo è riferito alle opere di bene che cerchiamo di fare in continuità all’esempio di Rosa come dono alla Vergine Maria e in offerta a Dio. Continua il dottor Concetto: “come ho già detto, questa non è l’unica finalità dell’associazione, un’altra finalità è quella di organizzare eventi culturali, convegni, concerti ed eventi che fanno memoria di tradizioni antiche”.
Oltre al direttivo: Concetto Di Francesco (presidente), Ettore Accadia (vice presidente), Tonino Pallotta (segretario), Claudio Tiravia (responsabile della manutenzione della chiesetta/oratorio e della relativa corte), erano presenti altri soci, tra cui: Vincenzina Cicconi, Santina Pantoli e Maria Tarquini, decane dell’associazione, Luigi Graziaplena, Ilenia Laurenzi, Paola Trevisani e Giuseppe Lamona che hanno fatto memoria di questa tradizione contadina, oggetto della manifestazione.
Non è mancata la presenza dell’amministrazione comunale di Corropoli nella persona di Roberta Grilli, assessore agli eventi e manifestazioni.
La parte culturale è iniziata con un canto agreste, al termine del quale il presidente Di Francesco ha declamato una poesia dialettale del prof. Vittorio Verducci “Lu Machenà” e tra una testimonianza e l’altra sono state lette poesie e storie legate al significato del grano, compreso quello cristiano, ma anche riferite alla mietitura e alla trebbiatura.
Vincenzina Cicconi, autrice di libri in dialetto sulla tradizione popolare, ha letto un suo racconto evidenziando che nella trebbiatura erano impegnati anche i bambini e le donne. Ha raccontato quando i sacchi di grano si svuotavano in un grande magazzino dove tutti i bambini, lei compresa, vi si tuffavano come se fosse una piscina e saltavano all’infinito gioiosi. Questi erano i parchi giochi del tempo. Anche lei, ha sottolineato che i lavoratori, nonostante la fatica e il disappunto di muoversi in mezzo alla polvere, cantavano. Tutti cantavano!
Ilenia Laurenzi ha letto un articolo, dal titolo “È iniziata la trebbiatura nelle campagne d’Abruzzo” di Fernando Aurini (pubblicato in «Il Giornale d’Italia», Roma, 3 luglio 1959) che descriveva in maniera precisa e coinvolgente, come fosse una fotografia del tempo, la trebbiatura della Val Vibrata. Mentre Paola Trevisani ha trattato la logica del chicco di grano e della spiga riallacciandosi al quarto vangelo dell’apostolo Giovanni (12, 24-25) “…se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Citando alcuni logia di Gesù e parabole che si riferiscono al frumento, come la parabola del campo di grano e la zizzania dove Gesù presenta il Regno di Dio (Mt. 13,24-30; 37-43) e il racconto della moltiplicazione dei pani, nello stesso vangelo (6, 1-15). Infine gli ultimi versetti del capitolo 6 di Giovanni dove Gesù spiega che c’è un pane di cui l’uomo vive e che l’uomo da sé non può procurarsi. Questo pane è l’eucaristia e solo in Gesù, pane del cielo, l’uomo trova la propria origine e solo chi mangia quel pane avrà la vita eterna.
Santina Pantoli, racconta che la trebbiatura era una gran festa sin dalla mietitura: “Le donne iniziavano a preparare da mangiare qualche giorno prima, facevano i maccheroni a mano e il sugo con lu paparò e il pane. Al mattino si faceva “lu Sdijú con le alici o salsicce immerse nell’olio e pane; oppure le famiglie più benestanti passavano una fetta di lonza con tanto pane. I vicini si aiutavano, andavano d’accordo perché si volevano bene. Era tutto un’altra cosa da oggi. Noi più piccoli portavamo da bere: acqua limonata e vino e si beveva tutti in un unico bicchiere”. Aggiunge Santina: “C’era povertà a quel tempo, ma durante la trebbiatura non si badava a spese, si cucinava anche la carne. Alcune persone, portavano a casa, mettendo sul fazzoletto da naso impolverato, un po’ di maccheroni, oppure un pezzo di carne da riportare ai figli”. Vincenzina Cicconi riferisce: “Specialmente durante la mietitura, i mietitori dalla pelle “ncotta” dal sole cantavano, nonostante lavoravano anche durante le ore caldissime e ininterrottamente, quindi passava un messaggio di vita diverso da quello odierno. Nessuno si lamentava”.
Il dottor Giuseppe Lamona, enologo, ha spiegato che: “Durante la trebbiatura, oltre l’acqua limonata, si beveva anche la birra Peroni. Il contadino che trebbiava considerava una bottiglia di birra ogni due persone. Il vino della trebbiatura non esisteva, c’erano i vini naturali, non trattati, quelli che vanno di moda oggi, ma in realtà sapevano più di aceto che di vino. Sono stato sempre appassionato di trebbiatura, sin da bambino tanto che dicevo a mia madre: «Quando sarò grande mi comprerò una trebbiatrice. Infatti qualche anno fa, l’ho acquistata e l’ho portata a casa facendo una sorpresa a mia moglie»”.
È intervenuto anche Luigi (detto Gino) Graziaplena, figura storica di Corropoli, geometra, molto conosciuto che tra l’altro ha progettato e seguito la realizzazione della “Chiesa di Rosa”. Lui ha ricordato di come si pranzava durante la mietitura del grano: “Le donne portavano il pranzo con grandi cesti di vimini in testa, sistemavano lu matil (la tovaglia) per terra e apparecchiavano. Tutti sedevano per terra”, aggiunge la signora MariaTarquini: “io ce l’ho ancora lu mantil di 5 mt. e mezzo, a quadri”. Maria ha sottolineato un fatto curioso: le ragazze impegnate nella trebbiatura, in modo particolare nel portare da bere ai lavoratori o nel servire le colazioni o i pranzi, erano sorvegliate a vista dai loro genitori; i quali se notavano qualche occhiata interessata alle giovani da parte di qualche macchinista venivano subito relegate in casa. Ma per quale motivo?
Il motivo era questo: «A volte, accadeva che qualche macchinista circuiva qualche ragazza, ma poi terminata la trebbiatura in tutta la zona del macchinista non si avevano più tracce, anche perché molti di loro non erano della zona o magari erano già fidanzati. Si racconta che durante la trebbiatura, una ragazza si invaghì di un macchinista, quindi lasciò il suo fidanzato che si chiamava Gisto. Ma appena la trebbiatura fu conclusa il macchinista sparì! La ragazza delusa e afflitta confidava alle sue amiche: “Sono rimasta senza Gisto e senza macchinista”».



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