SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Riprendiamo di seguito un post dell’associazione Città Grande del Piceno.
A sei anni dalla approvazione del Piano Regolatore del porto nella città ancora non si è affrontata una discussione seria sulla realizzazione di un terzo braccio.
Esistono pareri a volte contrastanti ma estemporanei. Il tema, così difficile da progettare e realizzare, non appassiona una classe politica che in 16 anni non è riuscita nemmeno ad ultimare la sistemazione di 4 chilometri di lungomare.
Così passano gli anni e perdiamo una ulteriore occasione di sviluppo della città. Anche considerando i prossimi cospicui finanziamenti comunitari.
Ma come dovrebbe essere un porto per il futuro? Con quale visione va progettato e costruito? Una risposta a questa domanda la possiamo trovare guardandoci intorno e cercare di capire cosa succede nel resto del mondo dove il problema lo hanno affrontato da tanto ed hanno già iniziato un lavoro di nuova concezione portuale.
Una nazione in stato avanzato è sicuramente la Norvegia che basandosi sulla COP21 ( sigla che indica la 21° Conferenza sui cambiamenti climatici) si è attivata con piani di modernizzazione dei porti partendo da come saranno le navi di nuova generazione.
Le navi emettono enormi quantità di anidride carbonica in atmosfera durante ogni viaggio. Alcune stime dicono che una grande nave container sia responsabile di un inquinamento atmosferico pari a quello di 50 milioni di auto. Le sostanze più presenti nelle emissioni navali sono quelle di anidride solforosa. Quantità di inquinamento gigantesche per cui secondo il progetto Green Coastal Shipping, programma avviato dal governo norvegese, nel volgere di pochi decenni le navi avranno una propulsione con energie rinnovabili. Elettrica, GNL gas liquefatto, idrogeno, oppure ibride.
Hanno già iniziato a costruire navi di questo tipo da cinque anni e a creare spazi portuali di rifornimento elettrico con pannelli solari ed eolico. Addirittura in Islanda la flotta militare, peschereccia e da trasporto e quasi tutta a idrogeno. Nessun tipo di natante verrà risparmiato: navi cisterna, navi da carico, navi container, navi passeggeri, traghetti, pescherecci, rimorchiatori e tutto ciò che resta dovranno garantire una trazione elettrica o ibrida (gas naturale – batterie).
Questo scenario apre una enorme possibilità di sviluppo della nostra cantieristica e se si cominciano ora le attività di riconversione potrebbe diventare nel medio periodo un elemento di forte caratterizzazione.
Questo, in una prospettiva futura è applicabile nella tanto auspicata realizzazione delle autostrade del mare, dove i porti saranno funzionali sia al commercio ma anche come punto di rifornimento. Come succede nelle autostrade terrestri.
Se facciamo valida questa previsione si può già prefigurare per noi un porto altamente sostenibile dopo aver realizzato un ripascimento in cui collocare i cantieri riconvertiti alle nuove propulsioni con finanziamenti mirati e formazione di giovani e start-up innovative.
Si può pensare ad un porto con pontili sopra piloni per la circolazione del moto ondoso che si prolunga fino ad una profondità naturale di almeno sette, otto metri tutti dotati di fonte di energia rinnovabile e collegato ad uno scambio ferroviario.
Questo perché il nostro microclima ci regala 320 giorni di mare relativamente calmo, per cui non serve un porto chiuso, e che mediamente le navi che solcano il nostro mare raramente hanno una carena superiore.
Quindi un porto totalmente sostenibile con la collocazione di strutture energetiche rinnovabili destinato ad ospitare e rifornire navi da carico di piccolo e medio cabotaggio, di traghetti e crociere mediterranee, navi frigorifero, tutte riconvertite nella propulsione elettrica o ibride. Un porto di piccole-medio dimensioni che diventi crocevia del centro Italia verso i paesi balcanici e mediorientali.

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