SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Dal gennaio 2017, in Europa sono bruciati ben 337.000 ettari di vegetazione, con cifre destinate ad aumentare a causa della grande ondata di caldo estiva. I dati dell’EFFIS Copernicus (European Forest Fire Information System) della Commissione Europea sono chiari: solo in Italia sono scoppiati trecentottantotto grandi incendi, che hanno divorato decine di migliaia di ettari di territorio.

Un quadro tragico, soprattutto considerando le notevoli perdite faunistiche che queste calamità comportano; tra le tante bellezze dell’Italia la componente naturalistica ha spesso poco risalto rispetto alla storia e all’arte, ma non per questo è un patrimonio secondario. Il territorio italiano, infatti, è parte di un esteso hotspot di biodiversità.

In termini ecologici, un “hotspot” è una regione con un’alta proporzione di specie caratteristiche, animali o vegetali, che non si trovano in nessun altro luogo del pianeta; il territorio è però considerato ad alto rischio, a causa di una forte riduzione di flora e fauna nativa. Solitamente è l’uomo che, direttamente o indirettamente, determina il fenomeno.

Gli hotspots ospitano complessivamente circa il 60% di tutte le specie del pianeta Terra; danneggiare queste aree, di conseguenza, vuol dire minacciare un grandissimo numero di specie concentrate in un territorio ristretto, con il rischio di provocare estinzioni massive.

Il numero di specie in pericolo di estinzione è molto elevato, e le risorse economiche destinate alla loro conservazione non sono neppure lontanamente sufficienti per una corretta salvaguardia; per questo motivo è stato necessario ottimizzare il processo: a parità di investimento, come si può proteggere il maggior numero di specie?

La necessità di contenere al massimo i costi ha portato ad identificare zone del pianeta in cui si concentra il maggior numero di specie a rischio. Fu l’ambientalista Norman Myers, attualmente docente presso l’Università di Oxford, ad introdurre per primo il concetto di hotspot.

In un articolo pubblicato su “The Environmentalist”, nel 1988, Meyers descrisse la situazione già critica in cui versavano le foreste tropicali; ricchissime di piante e animali endemiche, questi ecosistemi erano e sono più che mai a rischio a causa della deforestazione.

A renderli particolarmente delicati è la stretta simbiosi che spesso si instaura tra piante ed insetti; le orchidee sono uno degli esempi più belli e spettacolari di questo legame: attualmente si conoscono oltre ventimila specie di orchidee in tutto il mondo, ciascuna evolutasi per occupare una precisa nicchia ecologica. Alcune di queste piante producono fiori caratteristici, che imitano la forma e l’odore di una femmina di insetto; richiamando i maschi, si assicurano un valido trasportatore di polline, che raggiungerà con precisione un solo tipo di orchidea.

Se l’insetto impollinatore dovesse estinguersi, però, l’orchidea perderebbe la possibilità di riprodursi, andando incontro alla stessa fine. Relazioni di questo tipo sono molto frequenti in natura, danneggiare anche una sola specie vuol dire spesso alterare l’equilibrio dell’intero ecosistema.

L’uomo, come già accennato, è il principale disturbatore; la crescente antropizzazione ha alterato l’ambiente trasformando il territorio, introducendo specie nuove ed invasive, cacciando e pescando. Il riscaldamento globale è un altro grande fattore di allarme.

La perdita di biodiversità, negli ultimi decenni, è diventata così estesa da essere considerata l’inizio di un’estinzione massiva, paragonabile a quella che nel cretaceo portò alla fine dei dinosauri.

In risposta al fenomeno, negli anni ’50, è stato istituito un nuovo ramo della scienza, la biologia della conservazione; si tratta di una disciplina che integra le scienze naturali con quelle sociali, per cercare di conciliare l’attività umana con la sopravvivenza di animali e vegetali.

Gli hotspot più conosciuti sono le foreste pluviali e le barriere coralline, tanto belle quanto delicate, ma non sono gli unici; i territori considerati più importanti da questo punto di vista sono ad oggi le regioni del Sudovest Australia, del Capo-Sud dell’Africa, della California e parte del Cile.

Il Bacino del Mediterraneo è stato incluso nella lista nel 2000; quest’area, che rappresenta soltanto il 2% della superficie della Terra, ospita il 20% della ricchezza floristica mondiale.

L’Italia, in particolare, possiede numerosissime varietà di animali, e una flora tra le più variegate d’Europa.

Proprio per questo il Paese, al crescere del problema, sta cercando di rispondere incrementando la produzione di energia pulita e istituendo parchi e aree protette. Anche la ricerca sta dando un valido contributo allo sviluppo della cosiddetta green economy: tra le innovazioni più recenti, nel 2015 è stato installato a Marina di Pisa un impianto in grado di ricavare energia dal moto ondoso. L’apparecchio, chiamato H24, è molto efficiente, circa il doppio di un pannello solare, ha un ottimo rapporto tra produttività e costi, ed è estremamente rispettoso dell’ambiente. L’inventore, Michele Grassi, è un ex docente dell’Università di Pisa.

In Svizzera, invece, è stato inaugurato proprio il 1 agosto 2017 un innovativo impianto in grado di catturare la CO2 atmosferica. L’aria viene aspirata e purificata da appositi filtri, che trattengono l’anidride carbonica; questa viene poi recuperata e destinata ad usi agricoli. L’impianto ha dei costi di produzione piuttosto elevati, e questo ha già suscitato le prime critiche; l’idea, però, è valida, e tutto lascia sperare che una volta ottimizzata questa tecnologia avrà una più ampia diffusione.

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