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MONTEPRANDONE – L’artista in questione ci conduce in un mondo di suggestioni al limite tra l’ordine e il caos attraverso la combustione della materia plastica. L’esplosione rappresenta infatti il passaggio dall’ordine al caos, e la fiamma industriale è il genio creativo che rende concrete paure inconsce e incubi nascosti. La plastica si fa linguaggio e offre allo spettatore un mondo misterioso di immagini suggestive da decodificare secondo la propria chiave personale.

Quando e perché ha iniziato a dipingere?

“Ho iniziato ad essere creativo fin da bambino: lasciavo perdere gli altri giochi e mi dedicavo al pennello. Mi è sempre piaciuto disegnare, sono un autodidatta, e intorno agli anni 2000 ho iniziato a riprendere seriamente questa passione, anche non è stato facile per via dell’università. Sono laureato in scienze psicologiche, e sono specializzato in Criminologia. Ho deciso in seguito di fare del mio hobby una professione e ho aperto nel 2012 un negozio di Belle Arti ad Alba Adriatica e attraverso questo negozio commerciavo articoli per artisti, e in più lavoravo effettivamente come pittore su commissione. A causa della crisi economica poi l’anno scorso ho chiuso questa attività commerciale e ho preso in affitto un capannone dove lavoro. Purtroppo però, come è immaginabile, i quadri vendono poco”.

Cosa rappresenta per lei l’arte in generale?

“Per me l’arte è soprattutto un qualcosa che potrebbe salvarci da tanta tristezza ed oscurità, un punto di rinascita, proprio come nel Rinascimento, anche se adesso è diventata più che altro un colossale e sporco giro di soldi. Non mi sento di muovere critiche, se non nei confronti di certi personaggi che spacciano per arte contemporanea quadri di persone che vengono ‘derise’ in cambio di denaro. Seppur strumentalizzato, il bello dell’arte trionferà, sempre e comunque”.

Cosa significa ‘Catarsi Informale’? Quali emozioni prova durante la pittura e quale sensazione vuole trasmettere?

“Questa mostra che ho inaugurato si intitola ‘Catarsi Informale’: la catarsi sarebbe una sorta di presa di consapevolezza di un qualcosa che è dentro di noi e che fino ad un certo momento è inconsapevole. Nel momento in cui diventa consapevole, si ha la catarsi. Ho cercato di rappresentare vari momenti catartici nelle tele e spero che questo possa favorire altrettanti momenti catartici anche in chi osserva i miei quadri. È un modo di lavorare sulle emozioni: personalmente io provo piacere, e una sorta di ‘stato maniacale’ in cui mi immedesimo nel dipinto e cerco di trasmettere quello che sento. Questa serie di quadri può anche essere definitiva ‘materica’, ad indicare la grande quantità di materia utilizzata: non sono immagini piatte ma concrete, che invadono il nostro spazio. Io lavoro con la plastica a combustione e cerco con vari strati di colori di trasmettere sensazioni e di creare composizioni”.

Tra le opere esposte, qual è la sua preferita e perché?

“Sicuramente la mia opera preferita è la ‘Artistic Plastic Surgery #5’, che si trova anche sulla prima pagina del depliant della mostra. In questa tela io ho rappresentato l’ultimo abbraccio con mia madre, che purtroppo non è mai avvenuto, e quindi è immaginario, a distanza di anni dalla sua morte. Ho voluto rendere omaggio ad un momento che nella realtà non c’è mai stato, e ho cercato di riviverlo in questo modo”.

I suoi studi hanno in qualche modo influenzato il suo modo di fare arte?

“Certamente sono stati una delle mie fonti d’ispirazione: non tanto quelli più specialistici di criminologia, ma quelli di base, come l’anatomia e la biologia. Quando dipingo infatti ho sempre in mente le fotografie con i microscopi a scansione, quindi immagini di ultrastrutture particolari che ho stampate nella mente sin da allora”.

Da dove è venuta invece l’idea di utilizzare la plastica come parte integrante dei quadri?

“Mi sono ispirato in primis ad Alberto Burri, che è stato un grandissimo artista italiano, e fu il primo ad utilizzare appunto la materia plastica, in particolare la tecnica della combustione. Mi ispiro anche ad un duo di artisti denominato ‘Cristo’: c’era infatti un periodo in cui essi impacchettavano con la plastica edifici enormi, ed io non ho fatto altro che immaginare come sarebbero apparsi questi edifici se la plastica avesse preso fuoco. Quindi secondo gli insegnamenti del Burri e del duo, sono giunto ad una mia chiave interpretativa ed espressiva: ho cominciato anche io ad impacchettare delle tele o delle tavole di legno, e poi ho fato fuoco alla plastica. Con il tempo ho imparato poi a controllare determinati effetti che voglio ottenere. Guardando i miei quadri si potrebbe pensare ad un processo del tutto casuale, ma la maggior parte degli effetti materici e cromatici sono assolutamente voluti”.

Come giudica l’accoglienza da parte del Centro Pacetti?

“Direi ottima, meglio di così non potevo sperare. Sono stati loro ad invitarmi perché adoravano i miei lavori con la plastica e quindi mi hanno dato la possibilità di organizzare una mostra personale. Ho accettato soprattutto per la stima e rispetto nei confronti di chi mi ha invitato, che è anche l’organizzatore, Maxs Felinfer. È la prima mostra personale che allestisco, poi chiaramente nel periodo in cui avevo il negozio esponevo lì le mie opere, ma ho anche partecipato a diverse mostre collettive, con altri artisti, e concorsi un po’ in tutta Italia”.

Visto che ha gestito un negozio, come giudica il mercato dell’arte degli ultimi anni?

“Sicuramente non si può sopravvivere aprendo un negozio specializzato negli articoli per artisti, soprattutto in questo momento socio-economico. Probabilmente è più facile vivere facendo gli artisti. Le persone in realtà sono interessate all’arte, ma manca il denaro, e quello che c’è è sufficiente solo per acquistare beni di prima necessità, e quindi è difficile che ne investano in un hobby”.

Ha dei progetti futuri o degli obiettivi che vorrebbe raggiungere?

“Vorrei continuare a portare in grado i miei quadri e a vedere persone che li guardino, e che mi dicano di provare qualcosa”.

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