dal settimanale Riviera Oggi numero 845

CUPRA MARITTIMA – Siamo andati a curiosare in una vecchia officina cuprense dove si costruivano carri agricoli e non solo, riuscendo a parlare con la persona che ci lavorava e scoprendo un mondo che non esiste più, un mestiere che non ha nome ma di indubbia utilità e che il progredire delle comunicazioni stradali e la nascita di quelle ferroviarie ha contribuito notevolmente a far sparire.
A casa di Antonio Lelli e di sua moglie Cesira chiediamo come sia nata quell’impresa così antica e così appassionante: “Cominciai a lavorare nell’officina all’età di sei anni, la mattina c’era la scuola. Ricordo che mio padre mi faceva girare la forgia. La nostra origine è di Altidona, mio padre Giuseppe e mio zio Marino ereditarono il mestiere dai miei nonni”.
Un profondo rimpianto di un’epoca più calma, più genuina ma anche dura, “oggi si è tutto trasformato”, ricorda Antonio: “Sono del 1924, ero poco più di un ragazzino quando mi nascosi in un buco nel pagliaio per fuggire alle rappresaglie delle truppe tedesche che si ritiravano, lo stesso giorno che poi fucilarono le dodici persone sotto Villa Vinci. Se non lo avessi fatto probabilmente non so cosa mi sarebbe successo, certamente non avrei costruito carri”.
Il dopoguerra è stato un tempo veramente difficile ma in ogni piazza di paese nasceva la bottega del calzolaio, quella del sarto, del fabbro. Le stradine, i vicoli formavano un paesaggio musicale fatto di canti delle massaie, della cadenza dei telai a mano, del martellare ritmico del fabbro, del grido degli spazzacamini, dello strillone, del venditore ambulante, persone che avevano il dono della manualità, della creatività.
Nell’officina Lelli si viveva tutto questo. Oggi la richiesta di costruire carrozze commissionate dai Signori dell’epoca non esiste più, né si decorano i carri agricoli poiché non si usano se non come cimelio in qualche giardino. Eppure esisteva chi aveva questa maestria nella costruzione di carri. Con due o quattro ruote indipendenti fatti di legno di noce sulla quale veniva avvolta una fascia di ferro assai dura da piegare persino in tre persone, con l’assale anteriore mobile a cui veniva fissato il timone o la stanga e senza trascurare l’aspetto estetico.
“La costruzione e quindi le decorazioni ma soprattutto il suono della ruota che girava facevano capire chi fosse il costruttore e le nostre erano ben fatte perché la ruota scorreva bene”, tiene a precisare Lelli.
Anni trenta, arriva la corrente elettrica e inizia una modernizzazione quindi una falegnameria più moderna. Nel piccolo centro della riviera Adriatica, Lelli ha finalmente un prodotto di tutto rispetto e affidabile, aumentano i clienti come pure aumenta la famiglia: il piccolo mestiere diventa risorsa e prestigio.
Si è presenti in tutte le case rurali della zona, ormai il prodotto della famiglia Lelli è conosciuto in tutto il territorio ascolano.
“L’affidabilità del prodotto si aveva grazie all’acquisto e alla stagionatura del legname che veniva fatto riposare per tre anni ad asciugare, eravamo rinomati perché avevamo il legname ben stagionato che faceva durare il prodotto. Uno dei nostri clienti era il Conte Passari, un omone grande con un cappello dalla larga falda, gli aggiustavamo la carrozza”, ricorda.
Oltre ai carri agricoli cosa costruiva?
“L’attenzione produttiva era rivolta alle richieste. Dalla costruzione di carrozze, birrocci, botti per il vino, ai telai per la tessitura, e poi torchi per la spremitura e aratri”.
Cos’è successo poi con i tempi che cambiano?
“La trasformazione è stata radicale sia nelle campagne che nella vita delle famiglie, un cambio che ha seguito le nuove tecnologie: i trattori sostituiscono gli animali e di conseguenza si sostituisce il tutto con i primi rimorchi agricoli moderni, gommati e balestrati”.
Come ha trasformato la sua attività adeguandola ai tempi?
“La richiesta nel tempo si diversifica, si trovano alternative e si diventa fabbri, mi sono messo a costruire finestre, cancelli, praticamente ho fatto il lavoro di fabbro”.
Quando ha definitivamente chiuso l’attività?

“Solo il crescere dell’età mi ha portato nel 1994 a chiudere l’azienda familiare che ho cercato di adattare all’evoluzione dei tempi e alle richieste moderne. Il nostro è stato un nome prestigioso. Ancora oggi, nonostante il mio riposo casalingo, creo con le stesse attenzioni delle miniature di carrozze, modellini di carri a due ruote e di tutti gli attrezzi di un tempo, oggi sono richiestissimi per le mostre estive cuprensi”.
Con orgoglio ci mostra i premi conseguiti negli anni. I mestieri scomparsi sono più numerosi di quel che si crede, oltre ai mestieri legati alla civiltà contadina per i quali sarebbe utile, prima che scompaiano del tutto, allestire sempre più musei ed esposizioni che ne conservino la memoria.

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