Samuela Isopi e Demetrio Ferri sono due sambenedettesi che, da questa estate, si trovano per motivi di lavoro a Kabul, capitale dell’Afghanistan, terra martoriata da trent’anni di guerra che in questo momento vede la presenza delle truppe dell’alleanza Occidentale che nel 2001, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, ha fatto cadere il potere teocratico dei Talebani.

Samuela Isopi ricopre il ruolo di vice capo missione all’Ambasciata italiana. Demetrio, suo marito, la segue da diversi anni nelle sue missioni all’estero: in precedenza sono stati per tre anni in Bosnia, quattro anni in Vietnam. Ora sono a Kabul, forse la città che più di ogni altra, nel mondo intero, rappresenta al momento la difficoltà vivere nella pace. La città dove l’Occidente e l’Islam si incontrano, purtroppo, al di là di numerosi esempi di amore e solidarietà reciproca, a causa soprattutto di un fondamentalismo religioso da una parte e delle armi dall’altra (indipendentemente dal fatto che la si possa considerare missione di pace o di occupazione).

Con Demetrio pubblichiamo una sorta di Diario Afgano (clicca qui per le precedenti “puntate”) che così unirà idealmente la nostra San Benedetto e il Piceno con Kabul. Una finestra sul mondo, proprio nel luogo dove questo si manifesta nelle sue forme più spietate e prive di infingimenti. Un modo per sapere direttamente, da parte di una persona che in molti conoscono e che comunque ha condiviso con San Benedetto e il Piceno tante esperienze, e che ora scriverà di ciò che accade dall’altra parte del mondo.

Demetrio ci legge e ha la possibilità, per coloro che sicuramente lo vorranno, di rispondere a domande o approfondimenti sull’Afghanistan, commentando questo articolo. Buona lettura.

KABUL, IL VENERDI’ DI FESTA

KABUL – Oggi è venerdì, qui a Kabul, come ogni venerdì, è giorno di festa, è la giornata dedicata alla preghiera (come la nostra domenica). Ci accordiamo, con l’amico ritrovato, di fare un salto al mercatino posto all’interno del quartier generale delle forze armate in Afghanistan, “HQ ISAF”. Si svolge puntualmente da mesi e tutti lo conoscono. Decidiamo di farci una passeggiata a piedi, è dislocato poco distante dalla nostra Ambasciata. Il caldo ed il sole si fanno sentire, sono spaesato.
Lungo il breve tragitto incrocio alcuni ragazzini che tentano di venderci oggetti locali: braccialetti, collanine; sono dappertutto, altri ci chiedono euro, dollari e, stupore, accennano alcune parole in italiano, sorprendente! Li guardo bene e non riesco a quantificarne l’età, molto probabilmente dai quattro ai sei anni, non di più. Sono soli, non vedo adulti nelle vicinanze e mi chiedo: chi li accudisce? Chi dà loro da mangiare? Domande a cui non so darmi risposte.
Entriamo nella base ed il mercatino è pieno di gente: sono i civili e i militari che lavorano qui. I mercanti afghani ci invitano, accennando alcune parole in italiano, ad acquistare i loro prodotti di svariato tipo: lapislazzuli, pashmine, oggetti in legno, antiquariato, probabilmente riprodotto e, soprattutto, tappeti. Molte le cineserie, arrivate anche qui: Dvd copiati, orologi taroccati, telefonini fake, occhiali da sole, coltelli, armi antiche, soprattutto del periodo inglese. Anche qui si rischia di acquistare riproduzioni, ma ottime e funzionanti.
Gli uomini locali che, fino al giorno prima vestivano con jeans e maglietta, oggi indossano il tipico abito afghano: lo “Shalwar Kamiz”; sono vestiti a festa.
Camminando tra un’infinità di bancarelle e, sopraffatto da un caldo torrido, incontro Mohammad, vende tappeti e parla un perfetto inglese. E’ il “tappetaro” di fiducia del mio amico. Ha una filosofia di vendita diversa dagli altri perché non azzarda cifre pazzesche per poi portare il prezzo alla metà. Mi presento e scambiamo quattro chiacchiere. E’ molto simpatico e comunicativo. Avrò modo di parlare di lui e delle nostre conversazioni quasi quotidiane. Vuole, come da tradizione, farci sedere tra i numerosi tappeti, offrirci l’immancabile tè e mostrarci i suoi prodotti. Non possiamo, ma promettiamo che ci saremmo rivisti molto presto. I suoi tappeti sono davvero belli ed il colore che predomina è il rosso.
Mentre parliamo con Mohammad sento dire alle mie spalle: “Ciao grande paraculo!”; è un ragazzo afghano che vende lapislazzuli e argenteria e saluta l’amico che è con me. Come da tradizione, noi italiani insegniamo sempre parole “raffinate” ma, in tutta verità, siamo molto apprezzati qui. Agli afghani piace scherzare, ridere, fare battute e, in particolare parlare, e noi, in questo, siamo i maestri. Il prezzo delle pietre di lapislazzuli viene stabilito a peso e si aggira intorno ai 40/50 dollari al chilo. Trattando il prezzo e, non avendo fretta di acquistare, si può trovare anche a meno ma bisogna stare molto attenti a non incappare nella classica “fregatura”.
Senza indugiare e, con un italiano non perfetto, ma ben comprensibile, il ragazzo ci chiede un visto per l’Italia. Non sarà l’unica richiesta che mi sentirò fare da altre persone nel corso di questi mesi. La gente – soprattutto i più giovani – ha paura e vuole andarsene. Forse anche stufi di questa labile situazione.
Decidiamo di pranzare all’interno della base, andiamo da “Ciano”, un bar pizzeria prettamente italiano. All’interno, la lingua predominante è l’italiano, è infatti pieno di nostri militari. Dentro la struttura c’è anche uno spaccio che vende prodotti italiani e, naturalmente, l’immancabile pasta. Dopo il pranzo e gli acquisti, decidiamo di rientrare.
I giorni trascorrono tranquilli, il cielo è sempre azzurro, non si intravede neppure una nuvola, è caldo. Nell’aria aleggiano quotidianamente particelle microscopiche di sabbia del deserto che, inesorabilmente, vanno a depositarsi all’interno delle vie respiratorie. Per me, quasi sarcasticamente, è una manna dal cielo, finalmente sono scomparse le forme di allergia quotidiana che mi perseguitano da anni. Niente più naso che cola, niente più starnuti ripetuti per ore.

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