MONTEFIORE DELL’ASO – Il 4 novembre 1844 il “New York Times” celebra il centesimo compleanno di Sir Moses Montefiore (1784-1885).

Montefiore: la storia di questo nome ci porta tre secoli indietro, al 1563: da Montefiore dell’Aso fugge verso Ancona anche una famiglia di commercianti ebrei, i “Montefiore”.

Nel 1630 un’iscrizione in oro, su un panno rituale di seta donato alla Sinagoga di Ancona, ci ricorda la loro presenza come ricchi commercianti: “Rachele moglie di Leone Judah Montefiore ha ricamato con le proprie mani”.

Ancona ospitava da secoli la più grande comunità ebraica dell’Italia Centrale, dopo quella di Roma.

Ebrei spagnoli, orientali e romani “de urbe”. Fino al terremoto del 1690 è una città di fiorenti commerci; il secondo porto adriatico, secondo solo alla grande Venezia e collegato con i principali porti orientali. In virtù della sua importanza commerciale e della loro centralità, gli ebrei sono accettati. Quando, infatti, nel 1569 Papa Pio V espelle gli ebrei dal territorio della Chiesa, fa salva Roma e Ancona.

Dal 1200, gli ebrei delle Marche partecipano della fioritura cittadina e della fioritura dei commerci. Esistono allora ben 60 piccole comunità ebraiche che coprono, attraverso i piccoli centri e i capoluoghi, tutto il territorio regionale. Richiamati dai commerci e soprattutto richiesti dalle magistrature, e poi dai nobili, come finanziatori della vita cittadina. Saranno artigiani, professionisti, imprenditori agricoli oltre che commercianti e prestatori di denaro, come vuole il pregiudizio e anche la necessità. È un’epoca di intensi commerci e ad Ascoli nel 1297 nasce, primo nelle Marche, un “Banco” di prestito: “Ordineremo, acciò che nella ciptà di Asculi sia habundantia di denari… acciò li homeni non sia deducti in povertà, che ne la dicta ciptà possa venire prestatori ed stare et prestare denari ad tucti… ad pegni et ad carte”.

Ad Ascoli nascerà nel 1458 anche il primo “Monte di Pietà” d’Italia, sotto gli auspici di San Giacomo della Marca. Comincia l’epoca delle persecuzioni. A metà ‘500 nascono i “ghetti” e ovunque, e a più riprese, gli ebrei vengono cacciati e perseguitati.

Con la decadenza dei commerci, i Montefiore lasciano Ancona verso Livorno che grazie alla tolleranza dei Medici è diventato uno dei porti più importanti del Mediterraneo Occidentale.

Alla metà del ‘700 diventeranno ricchi e influenti commercianti e faranno base a Londra.

Comincia un’ascesa vertiginosa.

Mosè Montefiore da semplice e giovanissimo commerciante di successo, si fa “broker” ovvero agente della Borsa di Londra. Lavora per la “Compagnia delle Indie” e per i Rothschild.

Entrato in famiglia oltre che in affari con i ricchi banchieri, assieme saranno le figure più eminenti del capitalismo nascente.

Nel 1824, a quarant’anni e all’apice del successo economico, lascia la finanza e si dedica a quelle attività filantropiche che gli daranno grande popolarità. A lui si deve, nei fatti, l’abolizione della schiavitù nell’Impero: nel 1835 finanzia, con i Rothschild, gli indennizzi governativi ai piantatori delle colonie. Nel 1846 la Regina Vittoria lo nominerà Baronetto.

Il mondo comincia a incubare i nazionalismi e Mosé comincia, allora, a viaggiare in missioni diplomatiche in difesa degli ebrei in Europa e nell’Impero Ottomano. Dove non basteranno i soldi, arriverà la parola. Quest’uomo imponente e spavaldo, stupisce e affascina.

È un conservatore illuminato e pensa – per la prima volta – che gli ebrei debbano rendersi indipendenti e perciò farsi liberi contadini, e non più commercianti, nella propria terra: la Palestina. Sta per nascere l’idea di Israele. Questa storia era cominciata tre secoli prima in un paesino delle Marche.

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