SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sulle poltrone d’oro del Piceno Consind risponde Emidio Mandozzi, assessore al Lavoro e alla Formazione Professionale della Provincia di Ascoli: «Il presidente Domenico Re quando si è insediato ha cominciato a rivedere lo statuto dell’ente. La riduzione dei compensi e dei componenti del consiglio di amministrazione è parte integrante del programma di risanamento, così come si sta facendo con tutti gli altri enti di secondo grado».
Re però è presidente da più di un anno, ma finora di riduzioni e “snellimenti” non si è vista l’ombra. La sua volontà di ridurre le poltrone è stata ribadita anche nella recente commissione Bilancio del Comune di San Benedetto.
Chiediamo all’assessore Mandozzi qual è l’indirizzo politico della Provincia di Ascoli sul futuro del Piceno Consind, in un momento economico radicalmente diverso rispetto ai quattro decenni nel corso dei quali ha operato l’ente di Marino del Tronto. Ricordiamo che la Provincia ne è il socio di maggioranza relativa, in forza del suo 22,63% di capitale azionario.
«Certamente occorre ripensare il lavoro del consorzio – risponde Mandozzi – perché oggi mancano quelle condizioni che rendevano necessari gli interventi a favore dei nuovi insediamenti industriali nella vallata del Tronto, così come nella Valdaso e nella Valtesino. Oggi il Piceno Consind può lavorare per la riconversione dei siti industriali che vengono dismessi».
«Noi pensiamo – continua Mandozzi – che il Piceno Consind dovrà avere modalità di funzionamento più snelle e fornire assistenza alle imprese nel settore delle fonti energetiche rinnovabili», afferma Mandozzi.
E a chi chiede se c’è ancora una ragione di esistenza per questo ente, Mandozzi risponde: «Del consorzio fanno parte anche le imprese artigiane e industriali, bisognerà vedere se gli imprenditori decideranno di rimanere. Da parte nostra non possiamo far altro che auspicare uno snellimento del funzionamento societario».
Mandozzi non lo dice, ma lo affermiamo noi. Quello che serve agli enti di secondo grado e alle società partecipate è modernizzazione; il mercato del lavoro è cambiato, c’è una flessibilità nuova dei rapporti di dipendenza e una precarizzazione anche per le posizioni lavorative acquisite nei decenni scorsi. Molte industrie, soprattutto quelle a capitale non locale, chiudono o sono in rosso, e gli esempi recenti (cartiera di Ascoli, Food Invest) stanno a dimostrarlo. C’è chi la chiama crisi, chi la chiama riconversione; di fronte a una mobilità spesso drammatica per gli anelli più deboli della catena sociale, è più che sperabile un taglio moralizzatore di stipendi “politici” che spesso sono solo eccepibili rendite di posizione.

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