Immagine generata con intelligenza artificiale

Prima parte

SAN BENEDETTO – L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il nostro rapporto con la conoscenza. Informazioni, testi, immagini e risposte sempre più elaborate sono oggi disponibili in pochi secondi, ma proprio questa immediatezza pone una domanda che va ben oltre il corretto utilizzo della tecnologia: come distinguere ciò che è vero da ciò che appare soltanto verosimile?

È una domanda che riguarda direttamente la scuola e, più in generale, l’educazione. La Magnifica Humanitas, lettera enciclica di Leone XIV, richiama con forza la necessità di considerare la verità non come un possesso individuale, ma come un bene comune da cercare, verificare e condividere. Una prospettiva che assume un significato particolare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, quando la quantità delle informazioni rischia di crescere molto più rapidamente della nostra capacità di comprenderle e valutarle.

L’intelligenza artificiale può diventare un potente moltiplicatore della disinformazione e contribuire a rendere sempre più incerti i confini tra fatti, opinioni e ricostruzioni artificiali della realtà. Per questo diventa indispensabile imparare a verificare le fonti, confrontare le informazioni, riconoscere le manipolazioni e sviluppare un rapporto responsabile con la conoscenza.

La Magnifica Humanitas mette in guardia anche dal potere di chi dispone di grandi risorse tecnologiche ed economiche. Chi controlla strumenti e piattaforme può infatti esercitare una significativa influenza culturale e orientare ciò che viene percepito come vero, desiderabile o necessario.

La libertà, allora, non può essere separata dalla verità. Una società nella quale non esiste più una distinzione condivisa tra vero e falso rischia di diventare vulnerabile alla manipolazione.

E quando la ricerca della verità viene sostituita esclusivamente dalla ricerca di ciò che è utile, conveniente o efficace, anche la democrazia si indebolisce.

La comunicazione non consiste soltanto nel trasferimento di informazioni: contribuisce a costruire una cultura e a formare l’immaginario collettivo. Ciò che circola nella rete entra nel nostro modo di interpretare la realtà, influenza le scelte e può modificare atteggiamenti e comportamenti.

Per questo non serve demonizzare la tecnologia, così come non è sufficiente idolatrarla. Occorre imparare a governarla. Il punto di partenza deve rimanere la persona, con la sua dignità, la sua libertà e la sua capacità di cercare la verità.

È una responsabilità che riguarda tutti, ma che assume nella scuola una particolare rilevanza.

La scuola non deve inseguire la velocità

La cultura digitale ha introdotto una forte accelerazione nei processi di apprendimento e di comunicazione. Ma educare richiede tempi diversi: tempo per leggere, comprendere, fare domande, confrontarsi, verificare e anche fermarsi.

L’accesso immediato a una risposta può essere utile, ma rischia di ridurre il desiderio di cercare. Una sintesi ottenuta in pochi secondi può sostituire, se utilizzata in modo passivo, quel percorso di studio e di riflessione attraverso il quale una conoscenza diventa realmente personale.

Da qui l’esigenza di educare anche a decidere quando non utilizzare l’intelligenza artificiale. Non tutto ciò che può essere delegato a una macchina deve necessariamente esserlo.

La scuola ha infatti un compito che nessuna tecnologia può sostituire: accompagnare la persona nella costruzione di un pensiero autonomo e nella maturazione di un giudizio responsabile.

La scuola, in altre parole, non è chiamata a competere con la velocità del mondo digitale. Il suo compito è offrire proprio ciò che la tecnologia, da sola, non può garantire: tempo condiviso, relazioni autentiche, confronto umano e accompagnamento educativo.

Educare significa anche smascherare le narrazioni. La ricerca della verità non riguarda soltanto la verifica delle informazioni. Riguarda anche il modo nel quale interpretiamo la realtà.

Le parole che utilizziamo possono infatti modificare la percezione degli avvenimenti. Questo vale anche per le grandi questioni della vita sociale e internazionale. Quando definiamo una guerra, un riarmo o un conflitto utilizzando determinate categorie, contribuiamo inevitabilmente a costruire una rappresentazione della realtà.

In questo senso assumono particolare significato le parole rivolte da Leone XIV ai giovani universitari della Sapienza di Roma il 14 maggio scorso, quando ha richiamato la necessità di non chiamare semplicemente “difesa” ciò che può alimentare tensioni e insicurezza, impoverendo al tempo stesso gli investimenti destinati all’educazione e alla salute.

Anche questo è un tema educativo. Formare al pensiero critico significa insegnare a interrogare le parole, a distinguere i fatti dalle rappresentazioni e a riconoscere le narrazioni attraverso le quali la violenza può essere normalizzata, giustificata o considerata inevitabile.