Seconda Parte
SAN BENEDETTO – Se la prima grande questione posta dall’intelligenza artificiale riguarda l’idea dell’uomo, la seconda riguarda il luogo nel quale quell’idea viene concretamente formata: la scuola. È proprio nella scuola che si decide se l’IA sarà semplicemente uno strumento di efficienza oppure una tecnologia inserita in un progetto autenticamente educativo.
L’obiettivo non può essere quello di adattare la persona alla macchina. Deve essere l’esatto contrario: utilizzare la tecnologia senza permettere che essa stabilisca che cosa significhi educare.
Leone XIV propone, richiamando una categoria già presente nella riflessione di papa Francesco, l’idea di un antropocentrismo situato. L’espressione indica una concezione dell’uomo lontana da due estremi opposti: da una parte l’essere umano che pretende di dominare la realtà come padrone assoluto; dall’altra l’uomo ridotto a ingranaggio di un sistema tecnologico che lo precede e lo governa.
L’uomo è invece una persona concreta, incarnata, inserita in una trama di relazioni: con gli altri, con il creato, con le generazioni future e, nella prospettiva cristiana, con Dio.
“Situato” significa radicato nella realtà, consapevole dei propri limiti e, proprio per questo, responsabile. Anche l’educazione dovrebbe assumere questa prospettiva. Formare una persona non significa soltanto trasmetterle competenze, ma aiutarla a comprendere chi è, quali responsabilità possiede e quali relazioni la costituiscono.
Nel capitolo dedicato all’educazione emergono tre grandi sfide. La prima è sociopolitica. Le disuguaglianze nell’accesso a un’istruzione di qualità continuano a rappresentare una delle principali fratture sociali. Dove le risorse pubbliche sono insufficienti, la possibilità di ricevere una buona educazione dipende sempre più dalle condizioni economiche della famiglia. La tecnologia, da sola, non può risolvere questa disuguaglianza. Può persino ampliarla se l’accesso agli strumenti più avanzati rimane privilegio di pochi.
La seconda sfida è pedagogica. La scuola deve certamente confrontarsi con il cambiamento tecnologico, ma non può limitarsi a inseguirlo. Deve ripensare metodi, spazi, valutazione e ruolo dell’insegnante nella prospettiva della crescita integrale dello studente.
La priorità non è adattare la persona alla macchina, ma utilizzare la macchina senza perdere di vista la persona.
La terza sfida è intellettuale e sapienziale. Viviamo immersi in un flusso incessante di informazioni, ma avere più informazioni non significa necessariamente comprendere di più.
Il rischio è produrre persone capaci di trovare rapidamente una risposta, ma sempre meno capaci di formulare una domanda; persone che sanno molte cose, ma faticano a cogliere il significato complessivo della realtà e a orientare la propria vita. Leone XIV allora ci propone la pedagogia della verità. La scuola è uno dei luoghi privilegiati nei quali si costruisce il rapporto con la verità. Non la verità come possesso da imporre agli altri, ma come bene da cercare insieme.
Per questo diventa necessaria una vera “igiene dell’attenzione”: tempo per leggere, studiare, riflettere, discutere, ascoltare e anche tacere. In una società nella quale l’attenzione è continuamente catturata da notifiche, immagini e contenuti sempre nuovi, recuperare la capacità di concentrarsi diventa una forma di libertà.
La scuola dovrebbe quindi custodire la fatica necessaria per comprendere. Non tutto ciò che richiede tempo è inefficiente. Talvolta proprio la lentezza permette alla conoscenza di trasformarsi in sapienza.
È forse uno dei passaggi pedagogicamente più interessanti: educare all’intelligenza artificiale significa anche educare a quando non utilizzarla.
La velocità con cui una macchina può fornire una risposta o sintetizzare un testo rischia di spegnere il desiderio di cercare, approfondire e formulare domande.
Per questo il “digiuno dall’IA” non deve essere inteso come rifiuto della tecnologia, ma come esercizio di libertà.
Uno studente deve imparare che non tutto ciò che può essere delegato a una macchina deve essere delegato.
Scrivere, leggere, argomentare, sbagliare, correggersi, discutere con gli altri e arrivare lentamente a una comprensione personale sono esperienze formative che non possono essere sostituite dalla risposta immediata di un sistema. La vera competenza digitale comprende dunque anche la capacità di fermarsi.
La questione diventa ancora più urgente quando riguarda bambini e adolescenti. L’esposizione precoce e non adeguatamente accompagnata all’ambiente digitale può avere conseguenze sulla dimensione psicologica, relazionale ed educativa. La protezione dei minori non può essere lasciata soltanto alla responsabilità delle famiglie. Occorre una vera alleanza educativa tra famiglia, scuola e istituzioni.
Servono regole, responsabilità da parte dei fornitori di servizi e soprattutto un’educazione digitale capace di insegnare ai giovani non soltanto come utilizzare gli strumenti, ma come abitarli consapevolmente.
Un altro punto particolarmente significativo riguarda l’autonomia pedagogica della scuola.
La digitalizzazione non può essere un processo deciso semplicemente dai produttori di hardware e software. La scuola deve conservare la capacità di interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle tecnologie che introduce.
Non si tratta di sviluppare una diffidenza generica nei confronti dell’innovazione. Si tratta di evitare che la tecnologia finisca per determinare implicitamente il modello educativo.
Prima di domandarsi quale piattaforma utilizzare, quale dispositivo acquistare o quale sistema di intelligenza artificiale introdurre, la comunità scolastica dovrebbe chiedersi: quale persona vogliamo contribuire a formare? Solo dopo viene la tecnologia.
Due immagini bibliche aiutano a comprendere questa alternativa: Babele e Neemia.
La Torre di Babele rappresenta il progetto dell’autosufficienza, la volontà di costruire un sistema fondato esclusivamente sulla potenza umana e sull’efficienza. La ricostruzione di Gerusalemme sotto Neemia rappresenta invece una comunità che costruisce insieme, attraverso responsabilità condivise e collaborazione. È la differenza tra una tecnologia imposta dall’alto e una tecnologia governata dalla comunità.
Anche la scuola ha bisogno della “via di Neemia”: istituzioni, insegnanti, studenti, famiglie e comunità devono essere coinvolti nella costruzione di un progetto educativo nel quale la tecnologia rimanga uno strumento e non diventi il fine. In questo scenario la figura dell’insegnante assume, paradossalmente, ancora maggiore importanza. Più le macchine diventano capaci di fornire informazioni, più diventa preziosa la persona capace di aiutare a interpretarle. L’insegnante non è soltanto colui che sa e trasmette. È colui che accompagna, incoraggia, corregge, ascolta, riconosce le difficoltà e intravede possibilità là dove altri vedono soltanto un limite.
Nessun algoritmo può sostituire completamente questo sguardo. Perché educare significa credere che una persona possa diventare qualcosa di diverso da ciò che i suoi dati sembrano indicare.
La riflessione si conclude con il Magnificat di Maria. È un finale profondamente significativo, perché Maria offre uno sguardo capace di leggere la storia dalla parte dei piccoli, degli umili e dei fragili.
Il Magnificat rovescia la prospettiva del potere: non guarda il mondo soltanto con gli occhi dei grandi, ma con lo sguardo di chi rischia di rimanere invisibile. È anche lo sguardo che dovrebbe guidare ogni educatore. Vedere in ogni studente una persona e non un profilo. Vedere possibilità là dove un sistema registra soltanto una difficoltà. Vedere un futuro aperto là dove un algoritmo formula una previsione.
È forse qui che si comprende il significato più profondo della Magnifica Humanitas. Restare umani nell’epoca degli algoritmi non significa rifiutare la tecnologia, né rifugiarsi in un passato idealizzato.
Significa stabilire una gerarchia: la tecnologia è per l’uomo e non l’uomo per la tecnologia.
L’intelligenza artificiale può essere uno straordinario strumento di conoscenza, ricerca e collaborazione. Ma non può diventare il criterio ultimo con cui valutiamo le persone, decidiamo il loro futuro o definiamo ciò che ha valore.
La scuola ha quindi una missione decisiva: custodire quello spazio umano nel quale nascono il pensiero critico, la libertà, la responsabilità, la relazione, la solidarietà e la ricerca della verità.
La domanda fondamentale non è, allora, quanto intelligente diventerà l’intelligenza artificiale.
La domanda è quanto sapremo diventare umani noi.
Perché nell’epoca delle macchine capaci di produrre risposte sempre più rapidamente, il compito più importante dell’educazione rimane quello di formare persone capaci di porsi le domande essenziali.
E forse proprio questa sarà la vera sfida della scuola del futuro: non insegnare ai giovani a competere con le macchine, ma aiutarli a comprendere ciò che nessuna macchina potrà mai essere cioè una persona.

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