Eppure venivo da New York. Due settimane prima, passeggiando per Brooklyn, avevo assistito all’intervento di una squadra SWAT che stava facendo irruzione in un appartamento per disarmare un uomo che teneva in ostaggio la moglie e i figli con un fucile. Sirene, blindati, poliziotti in assetto da guerra. Una scena che, se l’avessi raccontata sui social senza video, probabilmente nessuno avrebbe creduto.
Poi torno a casa, o meglio nel posto che mi piace chiamare casa perché ormai non ci vivo più da anni e ricevo messaggi del tipo: “Ma che succede a San Benedetto?” “È diventata pericolosa?” Ma non solo, visto che ho amici di tutti i tipi c’era chi mi scriveva: “Ammazza ao, ormai so più immigrati che turisti” e chi invece “Siete na città de fascisti”.
Il bello è che il giorno del pestaggio che ha infiammato i leoni da tastiera io ero passato su quelle stesse strisce pedonali pochi minuti prima che tutto accadesse. Stavo andando alla Palazzina Azzurra (a 50 metri dal fatto. Ndr) per assistere a una proiezione del Festival Libero Bizzarri dedicata al centenario di Mario Lupo e non avevo notato assolutamente nulla.
Ora, lungi da me entrare nella diatriba che sta infiammando il Paese. Non conosco abbastanza i fatti, né i protagonisti, e proprio per questo preferisco non citarli. Anche perché, diciamocelo, viviamo in un’epoca in cui il modo migliore per far crescere la popolarità di qualcuno è continuare a parlare di lui.
Il punto che mi interessa è un altro. A chi interessa ancora la verità?
Ora, chi avrà la sfortuna di leggere questo articolo noioso, mi perdonerà i paroloni, ma non ho trovato altro modo per descrivere quello che penso.
Viviamo nell’epoca della post-realtà: ognuno costruisce direttamente la propria realtà, la personalizza come la schermata iniziale del telefono e ci abita dentro serenamente.
Quando ero bambino bastava dire: “L’ho visto in televisione.” Oggi che i media di massa stanno esaurendo la presa che un tempo avevano sulla gente, non esiste più niente di così risolutivo. E’ vero, chi prima gestiva quella narrazione gestiva il potere, ma ora cosa succede? Ora che tutti possono dire tutto e rimanere convinti di essere nel giusto.
Nessuno cambia più idea. E ogni volta che leggiamo qualcosa che conferma quello che già pensavamo proviamo anche una piccola scarica di dopamina. È una macchina perfetta.
Peccato che produca un effetto collaterale. La morte della realtà condivisa. E siccome il modo in cui raccontiamo il presente finisce sempre per costruire il futuro, la questione non è affatto banale. Non sono pensieri soltanto miei, ovviamente, anche se qualche anno fa, lo avevo raccontato anche in un TEDx ad Ascoli: le storie che raccontiamo vere o false che siano, non descrivono soltanto il mondo. Lo cambiano.
Per questo mi ha colpito vedere San Benedetto trasformarsi, nel giro di ventiquattro ore, in una specie di capitale italiana della violenza.
Intendiamoci. I problemi esistono. Sarebbe ridicolo negarlo. Ma i problemi ci sono sempre stati. Avevo sei anni quando lo stadio Ballarin prese fuoco. Ho raccontato gli anni del rapimento di Roberto Peci da parte delle Brigate Rosse e di come un uomo fu ammazzato davanti al Florian per non essersi fermato ad un posto di blocco. Ricordo soprattutto gli anni dell’eroina, quando fare un giro in pineta d’inverno non era esattamente un’esperienza rilassante e bisognava persino stare attenti a dove si mettevano i piedi per evitare le siringhe.
Quella sì che era una città ferita. Oggi, invece, San Benedetto è infinitamente più bella, più curata e, nel complesso, più sicura di quanto fosse allora.
Perfetta? No. Normale. Con tutti i problemi delle città di provincia italiane.
Eppure basta un video (davvero ben fatto, lo devo ammettere) di un pestaggio e nel giro di poche ore la realtà smette di essere quella che vivi e diventa quella che genera più interazioni.
L’algoritmo non premia la complessità. Premia la rabbia. Premia l’indignazione. Premia la paura. Più un contenuto ci fa arrabbiare, più rimaniamo online.
Lo so già. Anche questo articolo verrà letto in due modi opposti. Qualcuno dirà che sto minimizzando e che parlo di cose che non conosco visto che vivo a Roma. Qualcun altro penserà che sto facendo il moralista, senza sporcarmi le mani, visto che non sto citando nessuno e senza prendere posizione.
Ci sarà chi, confondendo la cronaca con la promozione turistica dirà: il giornale su cui stai scrivendo ha alimentato tutto questo dando voce ad una delle parti.
E qualcun altro ancora leggerà solo il titolo e commenterà senza arrivare fino a qui.
Si chiama analfabetismo disfunzionale e dire che io ne sono del tutto immune sarebbe una bugia. L’analfabetismo funzionale è la difficoltà di comprendere, interpretare e utilizzare correttamente le informazioni, pur sapendo leggere e scrivere. Non significa non saper decifrare le parole, ma non riuscire a coglierne il significato, il contesto o le conseguenze. Chi ne soffre tende a fermarsi ai titoli, alle frasi isolate o alle emozioni suscitate da un contenuto, senza sviluppare una lettura critica.
Ma non volevo prendere posizione sui fatti.
Anche perché, in questo momento non servirebbe a nulla visto che nessuno è disposto a cambiare idea.
Se qualcuno ha avuto la forza di arrivare così in fondo questo lungo testo noioso, vorrei rassicurarlo:
Gotham City non ha le palme e Batman non ha Robin che gli fa i video con il cellulare.

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