SAN BENEDETTO – Nove anni per sentire dire, da un tribunale europeo, quello che in Italia nessuno aveva mai voluto riconoscere: che un agente in servizio ha colpito con il manganello, alla testa, una persona che si stava allontanando da una rissa a cui non stava nemmeno partecipando.

Il 5 novembre 2017, al termine di Vicenza-Sambenedettese, Gianluca “Luca” Fanesi, tifoso sambenedettese allora 44enne, finisce in coma con danni neurologici permanenti. Secondo la sua versione, il pullman che riportava i tifosi marchigiani a San Benedetto fu attaccato dai sostenitori vicentini; Fanesi scese dal mezzo insieme ad altri, si trovò tra una recinzione e un furgone della polizia e fu colpito alla nuca da un agente rimasto non identificato. Restò in coma farmacologico per un mese, ricoverato 117 giorni, con tre interventi chirurgici e un’invalidità permanente. La versione ufficiale delle autorità italiane parlò invece di una caduta accidentale. Il fascicolo italiano fu archiviato: nessun nome, nessuna responsabilità.

Ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia, all’unanimità, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione — quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. I giudici di Strasburgo hanno stabilito che le indagini italiane non furono sufficientemente approfondite e che lo Stato non ha dimostrato in modo convincente che le lesioni di Fanesi derivassero da cause diverse dai colpi di manganello. Disposto un risarcimento complessivo di 150mila euro. “Questo è un grande giorno per noi”, ha dichiarato il fratello Massimiliano Fanesi, che con gli avvocati Fabio Anselmo e Antonella Mascia ha portato avanti il ricorso; i legali prospettano ora una possibile riapertura delle indagini in Italia.

Sulla sentenza è intervenuta la senatrice di Alleanza Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi, che ha commentato: “Possibile che per anni nessuno, in questo Paese, sia riuscito a capire chi ha colpito Luca?”. Cucchi si è rivolta direttamente al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sostenendo che chi difende le forze dell’ordine a prescindere dai fatti non le protegge davvero, e ha ricordato di aver depositato a inizio legislatura una proposta di legge su bodycam e codici identificativi, strumenti — ha detto — che tutelano anche chi indossa la divisa con onestà.

Il caso Fanesi si aggiunge a un elenco già lungo di condanne subite dall’Italia a Strasburgo per violenze attribuite alle forze dell’ordine e indagini interne giudicate inadeguate.