Era la notte di Ferragosto del 2023 quando un forte e insolito “boato” ha scosso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) nella notte tra il 14 e il 15 agosto. Ciò che inizialmente sembrava un evento isolato si è rivelato la conclusione di un fenomeno naturale iniziato mesi prima, e ha offerto ai ricercatori italiani l’opportunità di osservare da vicino le dinamiche interne del massiccio e del suo acquifero sotterraneo.

Lo studio pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature, è il frutto della collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e le università di Pisa, Sapienza Università di Roma e L’Aquila.

Veduta di una sala interna dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, foto di INGV

I ricercatori hanno utilizzato diversi strumenti sia dentro che fuori la montagna per studiare il fenomeno. Tra questi c’erano il gyroscopio a anello GINGER, operativo da circa dieci anni, il sismometro GIGS, sensori acustici, la Rete Accelerometrica Nazionale e il sistema di monitoraggio delle acque sotterranee.

Ezio Previtali, direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, spiega: “Le montagne spesso ‘ci parlano’ producendo rumori forti, e le strutture del LNGS diventano una cassa di risonanza. Studiare questi eventi è fondamentale per comprendere le dinamiche interne del massiccio”.

Il fenomeno, della durata di circa tre mesi, ha fornito una visione senza precedenti dei movimenti sotterranei e delle dinamiche dell’acquifero, offrendo dati preziosi per la geofisica e l’idrogeologia, soprattutto in contesti sotterranei con attività umane.

Grazie a questa rete, hanno scoperto che le variazioni dell’acquifero del Gran Sasso erano collegate al boato di Ferragosto. L’evento non era isolato: nei mesi precedenti erano già state registrate anomalie nel flusso e nella pressione delle acque, probabilmente causate dalle piogge primaverili che si erano infiltrate nel massiccio.

La ricerca dimostra come integrare tecniche di monitoraggio diverse possa aprire nuove prospettive nello studio delle montagne e degli acquiferi profondi. Il Gran Sasso conferma così il suo ruolo di laboratorio naturale interdisciplinare, dove fisica, geofisica e idrogeologia si incontrano per svelare fenomeni altrimenti invisibili.

Come sottolinea Gaetano DeLuca, ricercatore INGV e autore corrispondente dello studio: “Questo evento raro, registrato con una vasta gamma di strumenti, fornisce una base preziosa per studi futuri, dimostrando il valore della sorveglianza multiparametrica nelle scienze della Terra”.