Venezuela sotto attacco: raid aerei USA su Caracas. VIDEO LA VOCE D’ITALIA
MADRID – A Caracas vive una numerosa comunità italiana, un tempo composta da molti sambenedettesi emigrati negli anni Cinquanta, quando il Paese sudamericano era considerato una vera e propria terra promessa.
Tra queste famiglie figurano i Parmegiani e i Vitali, legati anche da vincoli familiari. Domenico Parmegiani, storico massaggiatore della Sambenedettese, soprannominato Pampero, rientrò in Italia negli anni Settanta con la moglie Loretina e i figli Pino ed Ettore.
Il soprannome derivava dalla sua esperienza con l’omonima squadra di baseball di Caracas.
Dei Vitali, il figlio Juan ha invece intrapreso una carriera di alto profilo, prima come capo ingegnere dell’aviazione a Washington e poi come diplomatico durante la presidenza Joe Biden, con incarichi e ufficio alla Casa Bianca.
In questo momento drammatico per la nazione sudamericana abbiamo quindi sentito Antonio Romani, editore ed amico d’infanzia, che da qualche anno vive a Madrid, per comprendere meglio la situazione.

«Da qualche anno la redazione principale de La Voce d’Italia si trova a Madrid, – spiega Antonio – mentre in Venezuela è rimasta una piccola struttura con alcuni corrispondenti. La decisione è legata agli stessi motivi che oggi sono alla base di ciò che è accaduto nella notte tra il 2 ed 3 gennaio. Caracas stava diventando una città invivibile. Molti dissidenti del governo sono tuttora detenuti e tra loro, purtroppo, ci sono diversi giornalisti».
Alla domanda se questi elementi possano aver spinto Trump a intervenire militarmente contro il presidente Nicolás Maduro, Romani però, invita alla cautela:
«La questione è complessa. Può essere un fattore scatenante, ma non va dimenticato che il Venezuela possiede enormi risorse: petrolio e miniere d’oro che attirano inevitabilmente l’interesse degli Stati Uniti».
Secondo l’editore, anche la gestione delle risorse ha contribuito alla spaccatura interna del Paese:
«In passato i governi venezuelani non sono riusciti a valorizzarle, e gli Stati Uniti sono intervenuti con tecnici e strutture. Con Chávez prima e Maduro poi si è tentato di fare da soli, ma i benefici sono andati a pochi e hanno avuto un minimo impatto sull’economia nazionale».
Romani conferma che il popolo venezuelano è profondamente diviso:
«C’è chi sostiene ancora Maduro, convinto che Trump voglia trasformare il Venezuela in un protettorato americano, e chi invece chiede la fine del regime e l’avvio di una vera democrazia».
Tra i nomi più citati per una possibile transizione politica figura María Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace e leader dell’opposizione:
«Ha un consenso enorme – spiega Romani – ma, a detta di Trump, non avrebbe le capacità necessarie per guidare un Paese in una fase tanto delicata».
L’altra figura indicata come possibile presidente è Edmundo González Urrutia, riconosciuto da diversi Paesi come presidente eletto nonostante le elezioni abbiano proclamato vincitore Maduro: «Anche lui però si trova a Madrid, in una sorta di esilio forzato».
Infine, sul rischio di un allargamento del conflitto Romani è chiaro: «Non credo si possa parlare di una terza guerra mondiale. È una mia opinione, ma penso che le grandi potenze – Stati Uniti, Cina e Russia – puntino a mantenere sotto controllo aree strategiche come Venezuela, Taiwan e Ucraina per motivi facilmente intuibili».
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