LUTTO – Ci ha lasciato a 86 anni Giorgio Rumignani, un uomo che ha segnato la storia della Sambenedettese prima da calciatore e poi da allenatore, lasciando soprattutto un’impronta profonda sul piano umano.
Il suo legame con la Samb risale ai primi anni Sessanta, quando arrivò a San Benedetto insieme a un altro grande protagonista di quell’epoca, Nicola Novali, ala destra formidabile, ricordata – insieme a Nicola Ripa – come una delle migliori nel ruolo. Provenivano entrambi dal Marzotto di Valdagno.
Novali non tornò più a vestire la maglia rossoblu, ma San Benedetto rimase sempre nel suo cuore: “Il più grande errore della mia carriera è stato lasciare la Samb”, confidò anni dopo, parole ricordate recentemente da Paolo Beni. Novali è scomparso nel 2006, a 76 anni.
Rumignani, invece, con la Samb ha scritto la storia in tre momenti distinti. Il primo da calciatore, appena ventunenne, mezzala con il gol nel sangue. Indimenticabile la sua rete nello storico ottavo di finale di Coppa Italia del 1961: un tiro da oltre 25 metri all’incrocio dei pali contro la Juventus di Boniperti, Charles e Sivori. Fu il gol della bandiera in una partita persa 1-4, ma destinato a rimanere per sempre nella memoria collettiva.
Il secondo ritorno avvenne nel 1991, da allenatore, in Serie C2. In una stagione difficilissima riuscì a riportare immediatamente la Samb in C1, dopo una doppia retrocessione dalla Serie B. Operò in uno dei periodi societari più bui, con il club finito nelle mani di Antonio Venturato, che avrebbe poi condotto la società alla prima esclusione dal calcio professionistico.
Negli anni Sessanta, ancora quindicenne, avevo seguito le sue prodezze in campo, ma lo vedevo spesso anche fuori dal rettangolo di gioco, perché la squadra alloggiava all’hotel Vittoria, a pochi passi da casa mia.
Negli anni Novanta, invece, ebbi modo di frequentarlo come giornalista e di apprezzarne non solo le qualità tecniche, ma soprattutto le doti umane. Con grande dignità sapeva entrare nella testa dei calciatori, anche quando erano privi di stipendio per un’intera stagione, riuscendo a isolare il campo dai problemi esterni: “Quando giocate pensate al pallone e a nient’altro”. Solfrini, Minuti, Manari e gli altri lo capirono e lo seguirono.
Il terzo ritorno a San Benedetto avvenne quando fu chiamato da Sergio Spina, che lo ha ricordato così:
“Una persona che ha lasciato un segno importante nella mia vita come tecnico, ma ancora di più come uomo, di una sensibilità fuori dal comune e di un’onestà intellettuale molto rara, specialmente nel mondo del calcio. Andrò al suo funerale”.
Anche quell’esperienza si collocò in un altro momento societario tormentato, nel periodo successivo alla gestione Soldini, conclusosi con la retrocessione dopo i play-out persi con il Lecco. In quei frangenti, e anche negli anni successivi, ci siamo sentiti spesso. Di lui ho sempre apprezzato la capacità di capire le persone e il suo ricorso al silenzio quando le azioni di chi gli stava vicino risultavano difficilmente difendibili.
Per Ottavio Palladini è stato un maestro di calcio e di vita, in un rapporto di simbiosi raramente riscontrabile. L’ultima volta che ho parlato di lui è stato durante “Scienziati nel Pallone”, in occasione del centenario.
Ricordo anche una trasferta a Portogruaro, in campo neutro con il Mestre. Partimmo il sabato e, dopo averci parlato al telefono, decisi di raggiungerlo a Lignano Sabbiadoro, dove abitava. Non era in casa: si trovava nella scuola del nipote per stargli vicino in un momento delicato.
Gli ultimi calci al pallone li ha dati in un torneo per anziani, disputato in piazza, in un gioco dal nome curioso: vietato correre, consentito solo camminare.
Una sua frase mi accompagna ancora oggi. Me la disse quando aveva appena compiuto 81 anni: “Nazzareno, la vita è bella, ma dopo gli ottanta tutto diventa diverso, in peggio naturalmente”.
Ci rifletto spesso, da quando quegli anni li ho raggiunti anch’io. Ciao Giorgio, ce ne fossero di persone come te.

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