SAN BENEDETTO – Erano anni che non scrivevo per Riviera Oggi. Erano anni che non mi preparavo ad andare allo stadio come giornalista sportivo. L’occasione è di quelle speciali. Dopo quasi 40 anni di attesa, la partita più sentita dagli abitanti del Piceno torna in una versione unica ed eccezionale, che ricorda quelle vecchie finali di Coppa Uefa, in cui, per assegnare il titolo le squadre si affrontavano con la formula di andata e ritorno. Mi piace pensare che, dopo quasi quattro decenni, questa strana combinazione di eventi (turno di campionato e partita di coppa Italia a distanza di 3 giorni) sia un regalo del caso, una competizione nella competizione che esula da quelle ufficiali per consegnarsi direttamente alla storia.

C’ERO NEL 1986. Ad onor del vero, per me non è la prima volta. Il 5 gennaio del 1986 ero allo stadio “Riviera delle Palme” e ricordo perfettamente il gol di Sauro Fattori, la posizione in cui mi trovavo e perfino il freddo di quella giornata. Massimo Barbuti aveva portato in vantaggio l’Ascoli 9 minuti prima. Nove minuti che al me bambino di 11 anni erano sembrati una eternità, ricordo quel clima di sospensione come se fossi finito sott’acqua per un tempo indefinito.

PIER PAOLO PASOLINI DICEVA… Non so perché quella data e quelle sensazioni siano rimaste impresse nella mia memoria più di tanti altri ricordi, sicuramente più meritevoli. In fondo era solo una partita di calcio. Ma cos’è davvero il calcio? Secondo Pier Pasolini (Ha giocato al Ballarin con le vecchie glorie. Ndd) “è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. E forse aveva ragione. In una società in cui tutto è intrattenimento, uscire di casa in ogni stagione per assistere a uno spettacolo — spesso non all’altezza di quello che si può vedere in tv — è una missione collettiva più che una passione. Vogliamo stare insieme per qualcosa. Quando seguivo la Samb in trasferta (almeno 200 volte) sono entrato in campi che preferisco non ricordare: pioggia, chilometri di strada, tribune sgangherate e quella malinconia romantica che solo le serie inferiori sanno regalare.

IL MIO SECONDO DERBY. Eppure, al di là del risultato, ho visto una comunità che usava il calcio per definirsi. C’era bisogno dell’idea di Samb, più che della Samb stessa, come c’era bisogno di credere ancora in qualcosa di nostro. Domenica tornerò allo stadio per raccontare Ascoli-Samb, una partita che, al Del Duca, non ho mai visto. Per me, e per tutti quelli con cui sono cresciuto, questa è la partita: l’unico derby che abbia mai contato. Ci sono persone che lo vivono più volte all’anno, come a Roma o a Milano, e poi ci sono quelli che, come me, ne hanno vissuto uno solo ma lo portano dentro per tutta la vita.

LA STORIA. Il termine “derby” nasce in Inghilterra nel XIX secolo, da una cittadina delle Midlands chiamata proprio Derby. Qui, già nel Medioevo, si giocava una partita caotica tra gli abitanti di due parti della città, gli Up’ards e i Down’ards, che si sfidavano con una palla di cuoio per le strade. Era una mischia collettiva senza regole, e poteva durare ore o giorni. Potevano partecipare centinaia di persone, e l’unico obiettivo era portare la palla nella parte avversaria della città. Al di là delle similitudini tra Ascoli e San Benedetto, è evidente che nel derby originario contava più il rito del risultato.

IL CALCIO MODERNO. Quando il calcio moderno prese forma, il termine cominciò a indicare le sfide tra squadre della stessa città o regione, cariche di rivalità sociale, politica o culturale. Il derby è un rito collettivo, più che una partita. La squadra diventa estensione del quartiere o della città, si crea una memoria condivisa fatta di vittorie, sconfitte e tradimenti, e un sentimento tribale finisce per essere canalizzato in un campo da calcio. Se per Pasolini il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, il derby ne è la liturgia più intensa. È il luogo in cui la passione si trasforma in identità. Quando diciamo “oggi c’è il derby”, in realtà diciamo: oggi andiamo a guardarci allo specchio per ricordarci chi siamo.

AMO LA MIA TERRA. Sono innamorato della mia terra, anche delle sue contraddizioni. Sì, perché Ascoli e San Benedetto sono entrambe la mia terra. Vivo a Roma, e la distanza tra i lembi della capitale è ben più ampia di quella che separa le due città picene. Come i romani sono romani a prescindere dal municipio o dalla squadra, così sambenedettesi e ascolani condividono, spesso mescolandoli, gli stessi odori, lo stesso vento, la stessa appartenenza. Amo il posto dove sono nato e cresciuto, e l’ho raccontato ogni volta che ho potuto, con la nostalgia di chi non riesce mai a lasciarlo davvero. Per questo non potevo mancare a quella che è la sua celebrazione più autentica. Perché, in fondo, il derby non è solo una partita: è un modo per ricordarsi chi siamo e da dove veniamo.

HO SPOSTATO APPUNTAMENTI.Domenica al “Del Duca” saranno pochi quelli che simpatizzeranno per la Samb. So cosa mi aspetta, ma ho fatto di tutto per esserci. Ho spostato appuntamenti, rinviato viaggi, posticipato progetti solo per una partita di calcio che, a guardarla con occhio esterno, sembra una missione impossibile. L’Ascoli è una delle squadre più forti del campionato e punta alla promozione; la Samb è una neopromossa con un progetto ancora in costruzione. Per l’Ascoli, vincere il derby significa ribadire la propria storia. Per la Samb, anche solo un pareggio sarebbe un’iniezione di entusiasmo per i giorni che la separano dall’altro derby.

TENSIONE NELLE CHAT ANCHE TRA AMICI, Sì, perché tra i giochi del destino, tre giorni dopo si giocherà a San Benedetto il secondo tempo di questa sfida, fuori dal campionato e dalle statistiche. L’esito delle due gare sarà ricordato a prescindere da come finirà la stagione. Per me, che spero di assistere a entrambe, è come una sfida in due tempi. Purtroppo sarà una sfida a distanza, per l’evidente necessità di tutelare la sicurezza degli spettatori. Il rischio che questo rito collettivo diventi qualcosa di cui vergognarsi è reale, e la tensione si percepisce persino nelle chat degli amici sambenedettesi e ascolani.

PRIMA LA RAGIONE. La speranza è che prevalga la ragione. La violenza non è il cuore del derby, è la sua ferita. Nasce dove la passione si spezza, dove il desiderio di appartenere si trasforma in rancore. Rancore che, tra ascolani e sambenedettesi, è soprattutto un mito tramandato. Probabilmente sarà capitato a molti di incontrare un italiano all’estero: l’effetto è quello di trovare casa all’istante. Ora moltiplicatelo per il fatto che quell’italiano abita a trenta chilometri da te. Più lontani si va dalla valle del Tronto, meno si notano le differenze.

PALIO DI SIENA: CONTA SOLO LA VITTORIA. Quest’anno ho girato un documentario dal titolo Il senso della vita per la serie “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Durante il Palio di Siena ho visto come una città intera possa sentirsi in guerra per un cavallo. Ogni contrada combatte come nei dettami di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi, e il fine è uno solo — far sì che il cavallo che il fato ti ha dato arrivi primo. Per quanto assurdo possa sembrare, è una metafora perfetta della vita: la rivalità come forma di identità. Quando il Palio finisce, però, i senesi tornano semplicemente a essere cittadini di Siena. Le loro rivalità diventano orgoglio, non odio. Il mio rapporto con la città è stato complicato: mi hanno accusato di non aver capito cosa avessi davanti. Posso dire ora che si sbagliavano, perché ho imparato la lezione senese. E sarebbe bello se qualcosa di simile accadesse anche nel Piceno.

SENZA TIFOSI CHE CALCIO È? È un peccato che i derby siano chiusi alle tifoserie ospiti. Piuttosto, sarebbe stato interessante provare qualcosa di diverso. Sono sicuro che, se ogni adulto allo stadio potesse entrare con un bambino per mano — un po’ come i giocatori quando fanno il loro ingresso in campo — lo spettacolo sarebbe bellissimo. E, forse, davvero educativo. Perché alla fine, il derby serve solo a questo: a ricordarci chi siamo e perché amiamo così tanto la nostra terra. Purtroppo l’immagine di copertina è stata realizzata con l’intelligenza artificiale, ma la speranza è che ossa diventare realtà… prima a poi.