SAN BENEDETTO – C’è una strada che porta lontano, ma che per essere percorsa ha bisogno di gambe forti, passo sicuro e idee chiare. La Sambenedettese, sotto la guida di Vittorio Massi, sembra aver scelto questo cammino. Un percorso costruito gradualmente, con entusiasmo e intuizioni capaci di far tornare il pubblico sugli spalti come non accadeva da tempo. Il passato glorioso resta lì, come faro e ispirazione. Il futuro, però, va costruito con umiltà, evitando passi più lunghi della gamba.

Pur restando critico su alcuni atteggiamenti del passato – come la gestione economica del marchio (lo store) tramite una Srls privata e non tramite la Samb stessa, l’assenza di una condanna del primo responsabile verso certi striscioni e gesti riprovevoli (sterco sulla serranda della nostra redazione) oltre un approccio discutibile verso il giornalismo libero – va riconosciuto che la società attuale sta ridando identità a una piazza che da troppo tempo attendeva segnali concreti. Sta sostituendo la “tassa della marineria” di fine anni 50 che portò la Samb in serie B, con un moderno coinvolgimento popolare. Il presidente era Domenico Roncarolo, il talent scout Lucio Palestini. Massi sta provando a replicare quello slancio che portò la Samb a diventare, nel cuore d’Italia, un simbolo di calcio vero. Quando la Sambenedettese era l’unica società professionistica tra Venezia e Bari. Oltre Roma e Lazio.

Oggi il quadro è diverso. Altre realtà di Umbria, Marche e Abruzzo sono salite alla ribalta, in primis l’Ascoli, con i suoi 16 anni di Serie A e 27 di B. Ma anche quella, un tempo, era considerata una sfida impossibile. Costantino Rozzi, con spirito imprenditoriale e passione, ci riuscì. E se Massi, anche lui imprenditore edile, ne seguisse le orme? I presupposti – almeno nella comunicazione e nel coinvolgimento – non mancano.

Certo, per arrivare ai “fasti del passato” servirà ben altro: programmazione, conferme tecniche, esperienza. E anche una buona dose di fortuna. Tenendo presente che la Serie C, diciamolo chiaramente, sta stretta a questa città che ne soffrirebbe restandoci troppo tempo. Anche se la seconda storica promozione arrivò dopo 11 anni, stando però quasi sempre nelle parti alte della classifica.

Tra i desideri molto condivisibili dichiarati dal presidente c’è anche quello di un derby con l’Ascoli colmo di passione, tifo, sfottò, ma senza violenza. Due partite con 15 o 20 mila spettatori per stupire l’Italia, non per le cronache di scontri e disordini, ma per il clima incandescente e civile. Perché il vero calcio vuole urla, emozione, magari anche qualche parola sopra le righe, ma non pugni e pietre. Sarebbe bello, sarebbe utile, sarebbe – soprattutto – rivoluzionario.

Diceva Carletto Mazzone: “Chi ha giocato Ascoli-Samb (e viceversa) non ha paura di niente”. Per evitare equivoci ricordiamo che la frase non era riferita ai tifosi, ma a chi scendeva in campo tra la tensione di sfide infuocate. Sarebbe ora di restituire a quella rivalità il valore epico che aveva, spogliandola degli eccessi che negli anni l’hanno macchiata.

La Samb può farcela. E anche il Piceno, nel suo insieme, può tornare a splendere. Serve solo pazienza, equilibrio e la voglia di sorprendere non con gli eccessi, ma con l’intelligenza e la bellezza di un sogno sportivo condiviso.

I capitani storici del derby del Piceno