Quando ho iniziato a perdere i capelli per la chemioterapia, l’anno scorso, era una sera di inizio maggio. Sono andati via durante il fine settimana. Non tutti, non insieme, non nello stesso posto.
Avevo cominciato a spargerli in giro già dal mattino: per cominciare, sul bancone di una farmacia, mentre ritiravo integratori e medicine. Mi grattavo la testa e mi ritrovavo un pugno di chioma in mano. Quella mattina avevo cambiato borsa, non avevo con me il turbante pronto per l’occasione. Ho chiesto scusa al farmacista, perché gli stavo lasciando roba mia sul banco: non è buona educazione. Me ne sono tornata a casa con la testa bassa e rada, un po’ di vergogna, un po’ di risate, un po’ di amarezza.
Quella sera di maggio, continuavo a disseminare capelli sul cuscino, a letto. È stato allora che sono ricorsa alla macchinetta per la prima volta. In bagno, di notte, ho lasciato andare i capelli che rimanevano. Ricordo il ronzio della macchinetta, il naso che pizzicava, e il lavandino bianco che si riempiva di peluria, una lanugine già bruciata dai farmaci chemioterapici, imbarazzante. È possibile che stessi piangendo, in silenzio, con pudore. Non me lo ricordo.
In quegli stessi giorni, anche Michela Murgia offriva la testa a un tagliacapelli elettrico.

Chemioterapia: perdere i capelli e perdersi d’animo
Io li avevo lunghi fino alle spalle, lisci. Li avevo già tagliati corti dal parrucchiere, poco prima di iniziare la chemio, per prepararmi alla perdita. Ma non ci si prepara mai abbastanza, a una perdita. Quando sono caduti, sfilati via come una guaina, una membrana leggera di filamenti volatili, non ero preparata lo stesso. Non ho potuto nemmeno donarli a un’associazione a favore di pazienti oncologiche, come avrei voluto, perché avevo mèches e perché i capelli non erano abbastanza lunghi. Quindi perderli non è servito a niente e a nessuno, nemmeno ad altre donne malate in cerca di una parrucca vera.
Quando ho perso i capelli, dicevo, non mi sono persa d’animo. Non subito, almeno.
Tante donne sì, si ammalano per questo. Ho parlato con molte di loro al reparto di oncologia mentre facevo la chemio: avevano speso centinaia, migliaia di euro in parrucche di capelli veri, erano depresse, piangevano. Io no, mi piaceva la mia testa nuda, sguarnita, esposta. Era così rotonda, non l’avevo mai vista. Mi piaceva la mia collezione di turbanti e mi piaceva la mia faccia col turbante.

Turbante, parrucca o niente?
Ho scelto il turbante perché mi permetteva di cambiare testa ogni giorno: a tinta unita, a fiori, a righe, a pois, a quadretti, secondo l’umore del risveglio, secondo l’abbigliamento, secondo la voglia del momento. I turbanti mi hanno aiutato a sentirmi diversamente bella, salvando il tratto eccentrico della mia personalità.
Sono arrivata a collezionarne una dozzina, forse di più, tra quelli che ho comprato io e quelli che ho ricevuto in regalo. Provengono tutti da ilturbante.it: sono turbanti specifici per pazienti oncologiche, traspiranti, fatti in cotone, lino, cashmere, seta, fibra di latte o viscosa di bambù. Ci sono anche quelli “37,5 Technology”, cioè in grado di mantenere la temperatura corporea costante a 37,5 gradi e assorbire il sudore.
Molte donne, invece, optano per la parrucca.
Numerose associazioni mettono gratuitamente a disposizione parrucche già usate da altre pazienti oncologiche e trovo che questo servizio sia prezioso: prestiamoci i capelli, passiamoci la testa, come sorelle che si scambiano i vestiti.
G. ha scelto una protesi
Al reparto di oncologia ho conosciuto G., che non ha scelto né parrucca né turbante, ma una protesi.
«È diversa dalla parrucca, – mi ha spiegato, – perché la protesi è attaccata al cranio con una colla speciale, non te la può togliere nessuno. Ci ho speso tanto, – mi ha detto G., – ma ho avuto proprio bisogno di farlo, perché per me lo shock non è stato scoprire di avere il cancro, non è stato iniziare la chemio, non sarà l’intervento: è stato perdere i miei capelli. I miei capelli erano tanti e bellissimi, folti, tutti ricci vaporosi e lunghi lunghi fino a qui! – si tocca con la mano su un fianco, – Andavo tutte le settimane dalla parrucchiera, che è mia sorella. Ci facevo quello che volevo, coi miei capelli! Erano una montagna, una massa, una capanna di capelli. Quando mi sono caduti, mi sono ammalata per davvero. Mi hanno detto che qua in reparto c’è lo psicologo per noi pazienti, ma io ho detto: a me non mi serve lo psicologo, mi serve la protesi. Infatti, da quando ce l’ho sto meglio».
Infine, ci sono le donne che vanno in giro così come sono, col cranio esposto, liscio, autentico, a volte tatuato. Sono le più belle.

I miei capelli, oggi, sono lunghi una decina di centimetri. Sono rinati ricci, indisciplinati, sovversivi, e più scuri. All’inizio, non mi piacevano nemmeno un po’: al mattino, quando mi svegliavo, mi guardavo allo specchio e vedevo un cantante rock degli anni ’80 (ho detto «un»). La faccia spenta, lo sguardo passivo, resti di gel sulle punte. Risvegli pessimi.
Ora sto piano piano imparando a conoscerli e governarli. Mai avevo considerato i capelli tanto importanti.
I capelli sono emblema di giovinezza, salute, energia vitale.
Sansone, personaggio biblico di straordinario vigore, perde la sua forza quando Dalila traditrice gli taglia i capelli. Con le trecce di capelli, nel mito e nelle favole, si aiutavano amanti ad arrampicarsi fino a una finestra. Nel Medioevo, i monarchi francesi non li tagliavano, li lasciavano sciolti a simboleggiare il loro potere. In molte culture, il taglio dei capelli era considerato un disonore riservato ai nemici sconfitti in battaglia.
Per il personaggio protagonista della serie tv Fleabag, “i capelli sono tutto“.
“I tuoi capelli lunghi, quelli cresceranno di un colore che è un incanto”
È un verso di una canzone dei Sick Tamburo che si intitola La fine della chemio.
Pubblicata nell’album Un giorno nuovo, è stata scritta nel 2018 da Gian Maria Accusani per Elisabetta Imelio, la bassista fondatrice dei Prozac+ (1998: io facevo il liceo classico, occupavo senza capire bene cosa e perché, in tanti cantavamo insieme a Eva Poles “Mi sento scossa, agitata ah, agitata ah, un po’ nervosa ah, uoh uoh…”).
Elisabetta è morta nel 2020 di cancro al seno. Era una donna-albero.
La canzone dice una cosa importante: “Finché il sole si alza, non si muore”.
[Alcuni passaggi di questo articolo sono estratti dal blog www.progettokintsugi.it]
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[Info: Nastro Rosa è una rubrica a cura di Annalisa Di Salvatore, copywriter freelance. Dal 2023 è paziente oncologica e autrice del blog Progetto Kintsugi]

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