Specialista in cardiologia, medico ospedaliero per decenni, ancora svolge la sua professione con instancabile passione e dedizione dopo 56 anni di servizio. Uomo schivo ma attento, discreto ma appassionato, ha dedicato la sua vita a fare il bene perché ha detto “nel fare il bene sta meglio chi lo fa più di chi lo riceve”. Avendo raggiunto la veneranda età di 80 anni ha vissuto, nel tempo, i cambiamenti avvenuti in campo medico, assistendo a una trasformazione nel modo di approccio e di affronto della malattia. Il dottor Mangani, pur rifuggendo riconoscimenti e plausi, è considerato un luminare nel suo campo e un esempio per aver svolto il suo importantissimo e delicatissimo lavoro con altruismo, sacrificio, abnegazione ed empatia. Ha infatti sempre esercitato la sua professione in modo silenzioso, umile e paziente e, poco amante di luci e riflettori, ci ha rilasciato un’intervista che riportiamo di seguito
Da quanti anni fa il medico?
56 anni
Ci dice quando e come è iniziata la sua professione di cardiologo?
Nella prima fase di specializzazione, dopo il servizio militare, non avevo un lavoro ma un incarico presso la clinica medica di Torino per le guardie di notte; l’estate poi comportava turni anche di un mese di guardie notturne continuative. Ero andato a Torino per specializzarmi in medicina interna, ma, durante un turno di guardia, capitai nell’unità coronarica (una delle prime in Italia) e il medico di servizio mi chiese di dargli una mano e da allora rimasi sempre in cardiologia e mi specializzai in questo settore. Prima della specializzazione avevo fatto il servizio militare come sottotenente medico. Dopo il corso a Firenze andai in un ospedale militare. Appena arrivato, mi misero nel reparto osservazione, poi mi mandarono in laboratorio, incarichi che vissi con disagio, successivamente in cardiologia dove incontrai un cardiologo che mi incoraggiò e gratificò. Passavo così i pomeriggi entusiasta del mio nuovo incarico. Poi trovai disponibile un posto a Torino per la specialità in medicina interna, e qui cominciò il percorso torinese di cui sopra. Come detto precedentemente, si dormiva dentro l’ospedale per le guardie. Si usciva pochissimo: la mattina vita di reparto o lezioni, la notte montavo di guardia e andavo regolarmente in un’unità coronarica, settore della cardiologia allora in evoluzione in quanto parliamo dei fine anni sessanta. Mi trovai facilitato perché la presenza costante nel reparto cardiologico mi aiutò ad entrare nella specialità. Piano piano poi arrivò il posto, l’incarico di assistente ospedaliero presso i reparti universitari e ciò comportava un regolare impegno assistenziale. Nel fine settimana si discutevano i casi ed era un ambiente stimolante. Si studiava regolarmente sulle riviste mediche più importanti dell’epoca. Chiaramente l’unica risorsa per lo studio in quel periodo era il cartaceo. Sono rimasto 9 anni a Torino: eravamo 5/6 assistenti ospedalieri presso il reparto universitario di cardiologia e facevamo anche interessanti lavori di ricerca. Nel ‘68 sono venuto ad Ascoli Piceno.
Per anni ha vissuto un’assiduità, una perizia, una passione come medico e come cardiologo che continuano ancora oggi. Qual è la differenza tra l’essere medico ieri e esserlo oggi?
Prima fare il medico significava acquisire una valida semeiotica, la visita era basata sul colloquio, sulla raccolta delle informazioni. Poi lentamente molto è cambiato ma la vera svolta è avvenuta con l’imporsi dei protocolli e linee guida diagnostiche e terapeutiche con conseguenze sia positive che negative. Il medico di fatto lo vedi di meno mentre prima il rapporto era più continuativo e diretto, questo lentamente è scemato e si è ipertrofizzata la diagnostica strumentale che è sicuramente una grande risorsa ma che andrebbe coniugata con il rapporto umano perché è necessario parlare con il paziente e spiegargli bene tutto.
Cosa manca quindi, secondo lei, oggi rispetto a ieri?
Ribadisco l’eccesso di diagnostica strumentale che è un‘arma fondamentale ma deve essere usata in modo tale che la logica con cui viene richiesta, il rapporto con il paziente, devono operare con continuità, in modo tale che il paziente non vada su percorsi obbligatori, precostituiti, inutili e talvolta pericolosi. Il problema diagnostico può a volte essere risolto diversamente, con senso critico e colloquiando con il paziente e ricordandoci che la buona parola in medicina è terapia. Oggi la refertazione è spesso formalmente elegante ed ineccepibile ma viene a mancare un filo conduttore e ti accorgi subito che lo scritto è privo di una tensione diagnostica unificante
Che cosa è necessariamente indispensabile nel rapporto tra medico e paziente?
Un buon colloquio con il paziente è una buona terapia. Nell’approccio tradizionale una prima visita cardiologica meno di tre quarti d’ora non può durare. Ma oggi spesso i tempi a disposizione sono ristretti e per primo il colloquio viene penalizzato. Purtroppo il paziente, a volte, rimane disorientato da questi ritmi perché non ha potuto fare domande ed esporre i suoi dubbi
Che cosa pensa dell’intelligenza artificiale. Può renderci più umani?
L’ intelligenza artificiale è una utilissima risorsa ma richiede come tutti gli aspetti della tecnologia avanzata un utilizzo oculato ed eticamente condiviso. A volte, per esempio, le linee guida vengono rispettate in modo ossessivo per evitare conseguenze medico-legali e il medico rimane così legato ad una pratica medica difensiva; importante, come già detto, è mantenere, nel percorso diagnostico, una logica che scaturisca anche dal colloquio col paziente, dallo specifico del paziente. Talvolta seguire le linee guida in modo troppo rigido può anche essere pericoloso. Grandi acquisizioni terapeutiche spesso sono scaturite dal lavoro sul “campo” che sono state poi validate da grandi studi. Ritengo importante che il lavoro medico non debba essere coercitivo in tempi e spazi precisi ma debba essere garantita un’elasticità che permetta di rivedere il paziente, di richiamarlo ed anche eventualmente correggere traiettorie terapeutiche
Perché è importante la continuità tra il medico e il paziente?
La medicina è un ambito dove il far bene le cose fa bene a chi le fa e a chi le riceve. A parer mio un comportamento è umano quando riesce a equilibrare l’io, che non può essere soppresso e annullato. Umano significa cercare di mettersi nei panni del paziente. È un rapporto nel quale tu devi guidare lentamente il paziente attraverso le difficoltà diagnostiche e terapeutiche; il paziente, nella sincerità, comprende ed apprezza il tuo impegno
Quanto conta la passione in questa professione?
Occorre che ti piaccia, ti desti stupore, meraviglia, è una professione che devi rinnovare con impegno, studio, fatica altrimenti è concreto il rischio di scivolare nello stanco, nel ripetitivo. Occorre un lavoro continuo di aggiornamento che poi ti ritorna, gratificandoti. All’inizio devi studiare e poi riconosci il problema e quando riconosci il problema ti rendi conto che qualcosa ancora devi comprendere. La passione si rinnova studiando e, invecchiando, senti la malattia come qualcosa di più opprimente, a volte anche di ingiusto, e ti poni molte domande. La malattia e la sofferenza diventano uno dei problemi portanti del tuo pensiero
La sofferenza ha un senso?
Prima bisogna chiedersi che senso ha la vita, a volte lo chiedo ai miei pazienti. Pascal diceva che è mostruoso non porsi la questione sul senso della vita. Te lo devi porre lo stesso anche se non lo trovi, e, in questo cercare, sta la parte più alta poiché devi impegnarti, pur sapendo che non riuscirai nel tuo intento. Un modo di rispondere parzialmente al problema è quello di cercare l’incontro dei tuoi aspetti temperamentali con un’esperienza che ti coinvolga profondamente. Il senso scaturisce dal vivere l’esistenza. So che se faccio del bene sto meglio io più di quello che lo riceve
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