GROTTAMMARE – La Fiera di San Martino a Grottammare è rimasta, negli anni, una tradizione vivida e particolarmente sentita. Dai dintorni, nessuno rinuncia ad una curiosa passeggiata anche solo per sentire come cambiano gli odori e i rumori quando scende la sera. Chi sta fuori paese, poi, se ha modo torna sempre. Insomma, per i grottammaresi, San Martino è una festività quasi come la notte di Natale e si inizia ad aspettarlo appena cadono le prime foglie.

Nei giorni della fiera le strade del paese sono arterie e vene di uno stesso corpo, un organismo autosufficiente che può togliersi ogni voglia. Ma cos’era prima la Fiera di San Martino? Com’era? Noi abbiamo trascorso del tempo in compagnia di una signora che ha voluto condividere con noi i suoi ricordi, quello che i suoi occhi non hanno dimenticato.

San Martino, prima del secondo conflitto mondiale, era una festa a connotazione esclusivamente rurale e contadina. Era l’occasione per poter comprare beni di prima necessità prima dell’arrivo dell’inverno.

A San Martino c’era il mercato degli animali prima della guerra. In fondo a Via Ballestra c’era una piazza in terra battuta con una fontana. Noi ragazze prendevamo l’acqua sperando d’esser guardate dai ragazzi. Lì si radunavano tutti gli animali. Mi ha sempre colpito la varietà: pecore, maiali, polli, vacche, torelli, conigli. Gli animali, una volta comprati, venivano sterilizzati sul posto e dopo 8 giorni chi di dovere passava nelle case a togliere i punti. Anche i macellai andavano a comperare gli animali più vecchi“.

Anni fa, inoltre, la fiera non era così estesa e varia come la conosciamo oggi. Non per questo, però, era meno importante o meno sentita. I nostri nonni e bisnonni a San Martino compravano tutto ciò che altrimenti non avrebbero potuto comprare.

Le bancarelle, oltre il mercato degli animali, stavano lungo la via principale del centro e lì alla Piazza della Verdura. Prima non c’erano tutti gli stand gastronomici che ci sono adesso. Dopo la guerra, è arrivato più cibo: la porchetta, il torrone, il panetto di fichi. Di cibo cotto all’inizio non ce n’era. Prima scendevano i Ripani due giorni prima per non restare senza posto e portavano canestri pieni di castagne e verdure che non si trovavano alla marina. Finocchi, fagioli di tutti i tipi, cipolle a mazzetto, i gobbi“.

Si vendevano, poi, beni che riempivano gli armadi e la casa. Seppur non esistevano i vestiti cuciti come li conosciamo noi, si vendevano stoffe.

Alla fiera si compravano le scarpe. Mio padre mi prendeva i mezzi stivaletti che dovevano durarmi fino al San Martino successivo: c’era così tanta povertà. La strada era piena di sassi e allora gli stivaletti si rompevano presto e io ci mettevo i cartoni. Poi si comprava la stoffa e non c’era molta scelta: era stoffa dura in cotone, al massimo a scacchi e della lana da raggomitolare. Gli uomini prendevano i berretti per l’inverno e i marinai i calzetti lunghi fino al ginocchio. Una bancarella vendeva cose in terracotta e noi compravamo l’orcio, la brocca da portare sulla testa. La fiera durava un solo giorno e solo al mattino“.

Quando si parla di San Martino, si sente parlare anche della corsa dei cornuti. La signora ci ha spiegato che non saprebbe dire quale fosse il collegamento diretto, né se ci fosse una particolare origine dietro questa usanza.

In giro si sentiva chiedere ‘Sei andato a correre a San Martino?’. Era un modo per portare un po’ in giro chi era meno onesto. Non si correva davvero, però, era un modo di dire scherzoso. Già ai tempi dei miei bisnonni si usava così“.

Con noi, le nostre esigenze e la società, è cambiata anche la Fiera di San Martino. Ora abbiamo molte più cose e forse anche più animali, ma domestici. Abbiamo la pancia piena, almeno tre intere vie di solo cibo e buon vino con fumanti castagne. Se davanti ai nostri occhi San Martino resta sempre bella, c’è da immaginare quanto potesse scintillare agli occhi di chi l’ha vissuta prima di noi.

Per loro che non avevano niente e a niente erano abituati, San Martino era più di un mantello diviso a metà, più di una tradizione, più della porchetta e dei mezzi stivaletti rotti. San Martino era un fulmine di ricchezza in mezzo a tanta fame e povertà, una ricchezza per il focolare domestico e, in senso lato, per il cuore di chi viveva delle piccole cose.

Come ci ha detto la signora, prima di salutarci: “Quel poco era bellissimo“.