SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si chiama Carla Acciarri, è di San Benedetto, ha 25 anni e attualmente è tirocinante nel laboratorio dell’Istituto di Scienze Biomediche dell’Ospedale Sacco di Milano. Proprio l’ospedale, diretto dal dottor Massimo Galliche nei giorni scorsi ha isolato il “ceppo italiano” del coronavirus e uno dei massimi centri di ricerca italiani sulla virologia assieme allo Spallanzani di Roma. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Medical Virology.

La ricerca è stata realizzata nel dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Ospedale Sacco di Milano e nel Centro di ricerca di Epidemiologia e sorveglianza molecolare delle infezioni (Episomi), che fa riferimento all’Università Statale di Milano. Oltre a Galli e a Carla Acciarri, è stata possibile grazie al contributo di Alessia Lai, Annalisa Bergna, e Gianguglielmo Zehender.

“Come stimato da diversi studi, fra cui anche quello del nostro team il virus Sars-Cov-2 è comparso in Cina fra la fine di ottobre e gli inizi di novembre. C’è stato un grosso studio da parte di tutti i ricercatori del mondo, grazie anche ai dati condivisi da tutti i laboratori. In questi casi la collaborazione è fondamentale” ci spiega Carla Acciarri.

“Per quanto riguarda l’isolamento del virus al Sacco, posso dire che è un lavoro che ha richiesto un notevole sforzo: è stato un traguardo importante per noi, in quanto il virus isolato è definito come il ceppo italiano, perché è quello circolante nel nostro paese e che quindi ha infettato tanti nostri connazionali. Questo isolamento ci serve a risalire alla sequenza del genoma del virus e questo ha come fine ultimo quello di capire come il virus si propaga e probabilmente ci sarà utile per datare il suo ingresso in Italia” continua la ricercatrice.

“Non si tratta di un virus diverso da quello cinese, ma di un ceppo italico: la sua individuazione consente di capire la sua evoluzione fin dall’arrivo in Italia” afferma.

Così giovane e già in uno dei centri di ricerca più avanzati d’Italia. Qual è il tuo ruolo al Sacco?

“Sto perfezionando il mio percorso di studi nella laurea magistrale in Biologia Applicata alla Ricerca Biomedica dell’Università Statale di Milano. Si tratta di due anni di studio, il primo dedicato all’apprendimento teorico, il secondo da dedicare al tirocinio nella ricerca. E il mio lo sto svolgendo al Sacco”.

Ti sei così trovata a lavorare in un momento storico particolare: a Milano proprio mentre si diffonde il coronavirus soprattutto in Lombardia.

“A livello formativo sicuramente è una esperienza importante: un conto è lavorare in condizioni normali, in conto in condizioni di stress e pressione con emergenze e scadenze da rispettare. Il Sacco è un riferimento italiano e segue molto anche le questioni legate all’Hiv e con pazienti sieropositivi per verificare l’andamento delle cure. Ma ci interessiamo a tutte le malattie infettive in generale”.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

“Prima della Statale di Milano, ho conseguito la laurea triennale in Scienze Biologiche ad Ancona, all’Università Politecnica delle Marche. Mi sono diplomata in precedenza all’Ipsia di San Benedetto, al corso Chimico-Biologico, e ho avuto un rapporto meraviglioso con questa scuola”.

Sotto, Carla Acciarri nel giorno della sua laurea in Scienze Biologiche.

Dunque la tua è una passione che avevi già nella prima adolescenza.

“Prima ancora, in verità. A cinque anni chiesi a Babbo Natale di ricevere per regalo un microscopio, perché ero già affascinata dai misteri della ricerca. Dopo le scuole medie i miei professori mi dicevano di iscrivermi al liceo, ma dopo essere andata ad un open day dell’Ipsia mi fermai di fronte ad un bancone di analisi e capii immediatamente che quello sarebbe stato il mio futuro. Ringrazio gli insegnanti che mi hanno aiutato a far maturare la mia passione e in particolare le professoresse Roberta Paolucci e Nazzarena Lauri: grazie a loro ho amato la ricerca su virus e microbi”.

Cosa significa, per te, dedicarsi alla professione di ricercatrice.

“Occorre una devozione verso il prossimo simile a quella dei medici, anche se non siamo tenuti al giuramento di Ippocrate. Ma sappiamo che il nostro lavoro può essere fondamentale per salvare una o tante vite umane, per cui non si può neanche limitarsi all’orario previsto, perché ci sono situazioni in cui l’arrivo di una risposta o di una informazione da parte nostra può significare veramente tanto per la salvezza di una persona”.

Vivi a Milano, città vicina al focolaio nel Lodigiano e dove si sono registrati numerosi casi. Qual è attualmente la situazione in merito al coronavirus e come sta reagendo la cittadinanza?

“Nei primi giorni si notava più tensione. Ad esempio io per spostarmi uso i mezzi pubblici e si notava un certo nervosismo e anche sospetto generalizzato. Adesso la popolazione ha iniziato a comprendere meglio il fenomeno e sta seguendo le indicazioni del Ministero della Sanità. Io spero che questo momento sia utile per tutti gli italiani al fine di comprendere meglio come comportarsi nel caso di diffusione di malattie infettive, a cominciare dall’influenza stagionale, e di come proteggersi a partire dall’igiene personale, senza isterie”.

Milano e San Benedetto sono distanti 500 chilometri. Quale sarà il tuo futuro?

“Io vorrei tanto poter lavorare nella mia città anche perché credo che sia giusto che ognuno possa lavorare nel territorio dove è nato e cresciuto, per aiutare la propria terra”.

 


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