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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Pasquale Bergamaschi è un giornalista molto stimato a San Benedetto. Dal 1983 è una nota firma del giornale “Il Resto del Carlino”. Tanti, in Riviera, apprezzano i suoi articoli e il suo stile. Il giornalismo, però, non è l’unica passione di Bergamaschi. Forse non tutti sanno del suo folle amore per la musica. Bergamaschi è stato anche uno stimato musicista. Un bravissimo batterista. E ha deliziato negli anni 60 e 70 platee di tutta Italia. Con Bergamaschi abbiamo voluto ripercorrere alcune tappe della sua interessante carriera musicale.

“Suonavo nel gruppo ‘Leaders’. La formazione originaria si era formata nel 1965-66. Nel 1970 la band era composta dal sottoscritto (batteria), dal fuoriclasse Ferruccio Premici (tastiera), da mio fratello Gianni Bergamaschi (chitarra), da Enzo Coccia (bassista), da Silvano Liberati (sassofono, flauto) e da Tony Porzio (cantante e percussionista). Ad alcune feste e sagre di paese c’erano anche Riccardo Tacca (trombone) e Pino Mannello (tromba e filicorno). Eravamo ragazzi dai 18 ai 23 anni. Suonavamo jazz-rock ma eravamo comunque specializzati per qualsiasi ambito musicale”.

Da quello che so, eravate un gruppo molto ambito a San Benedetto e dintorni.

“Eravamo molto bravi e trascinavamo la gente in pista. Per un periodo abbiamo anche ‘scalzato’ orchestre bolognesi (molto gettonate all’epoca) dai tempi sacri come la Palazzina Azzurra e il Kursaal di Grottammare. Quindici giorni suonavamo a San Benedetto e altri quindici nella località grottammarese. Eravamo pronti a qualsiasi contesto. Ti cito un aneddoto. Dovevamo a suonare nel Maceratese, al teatro di Pollenza (terra Natale del mitico attaccante della Samb Mario Romiti). Abbiamo cominciato a suonare le nostre canzoni ma la gente era abbastanza restia a ballare. Allora abbiamo provato con altri generi conosciuti a quei tempi, però la pista rimaneva ancora fredda. Alla fine, quasi rassegnati, abbiamo tirato fuori la ‘Bibbia’ ovvero gli spartiti di valzer, tango e mazurka. Una bestemmia per noi. Solo allora la gente cominciò a darci dentro e a ballare come invasati. Suonammo dalle 21.30 fino alle 5.30. Il titolare voleva farci rimanere un altro giorno pagandoci il doppio e dandoci vitto e alloggio ma noi rifiutammo perché non volevamo nuovamente suonare quel tipo di musica. Non ci importò tanto dei soldi anche perché comunque guadagnavamo già abbastanza bene”.

In quanto consisteva il cachet per gli spettacoli durante gli anni 60 e 70?

“Prendevamo intorno a un milione e duecento mila lire che diviso per sei ci fruttava duecento mila a persona. Erano tanti soldi all’epoca. Prendevamo più di un impiegato del Comune di San Benedetto del Tronto. Con quel denaro io e mio fratello, infatti, pagammo l’università che frequentavamo a Macerata. Eravamo molto richiesti sia a San Benedetto sia in altre parti d’Italia. Le feste di paese e le sagre erano pagate molto bene. La gente, a volte, veniva nel locale o in quel paese soltanto per ascoltare noi. Eravamo apprezzati dai virtuosi del panorama musicale. Andammo a Roma a registrare un Lp nella casa discografica Fonit Cetra con altri importanti musicisti. Collaborammo anche con l’attrice Rossella Como. Suonavamo i brani più famosi di tutte le regioni d’Italia. Per me era pure una possibilità di confrontarmi con altri batteristi famosi e non”.

Immagino che questa possibilità abbia influenzato molto la sua crescita musicale da batterista.

“Certo ma mi sono reso conto pure di artisti che erano sopravvalutati. Una volta mi ritrovai a suonare a Senigallia nella nota Villa Sorriso e tra le varie orchestre c’era anche quella di Mina. Il suo batterista si avvicinò a me e chiese di levare dal palco la mia ‘Ludwig’, una delle batterie più famose nel contesto musicale. Gli spiegai che secondo me poteva tenerla e modificarla a suo piacere ma lui volle a tutti i costi suonare con la sua. Faticosamente smontai il mio attrezzo e i miei adorati ‘figlioli’ (i piatti). Quando cominciò a suonare in maniera superficiale e indegna, mi arrabbiai. Tutta quella fatica per sentire poi una pessima esibizione. Capì che non sempre il più famoso era il più bravo”.

Lei come divenne un bravo batterista? Si può ritenere soddisfatto dalla sua carriera musicale?

“Ero autodidatta poi studiai da professionista per due anni nella scuola di percussione a Fermo (ora filiale del conservatorio Rossini di Pesaro). Il mio insegnante era il maestro Angelini che era stato autodidatta come me. A me piaceva unire l’improvvisazione con la professionalità. Mi confrontai con tanti batteristi e notai in più circostanze chi utilizzava uno o l’altro metodo o entrambi insieme. Io ho avuto la possibilità di suonare nel mio gruppo, nell’orchestra di Bologna e in quella di Pescara. Ho girato tutta l’Italia grazie alla musica e ho fatto molte conoscenze importanti. Ho pochi rimpianti in fondo. Sì, posso affermare di essere soddisfatto della mia carriera musicale”.

Quando ha cominciato a fare meno parte del mondo musicale?

“Diciamo che alla fine degli anni 70 eravamo stufi di girare per l’Italia a suonare. Allora cominciamo a stabilizzarci in Riviera con i caffè-concerto. Prima alla pineta del Bambinopoli attuale e poi al caffè Florian del mitico Osvaldo. Quando ci esibivamo lì, riempivamo tutti i tavolini che arrivavano fino al negozio Romandini e inoltre c’erano tante persone in piedi che aspettavano con impazienza il nostro concerto. Quante litigate con Osvaldo per il ‘compenso’ ma alla fine ci accontentava sempre e ci dava qualcosa in più. In fondo portavamo veramente tanta gente nel suo locale. Smisi di fare musica nell’estate del 1984 con la nascita di mia figlia. Già comunque suonavo di meno a causa del mio avvento nel mondo del giornalismo”.

Che differenza trova tra le band musicali di allora e quelle di oggi in Riviera?

“Prima a San Benedetto e dintorni c’erano molti locali per suonare. Il Kontiki (era meraviglioso con quelle palafitte di legno e il totem al centro), la Palazzina Azzurra, il Kursaal, il Number One, lo Snoopy e il Why Not giusto per citarne alcuni. Una decina di posti come minimo. Adesso si contano a malapena sulle dita di una mano. E’ questa, secondo me, la grande differenza. Con minori locali è più difficile per un gruppo musicale emergere a San Benedetto del Tronto.

Quale episodio ricorda con piacere del suo periodo da musicista?

“Nel 1968 con i ‘Leaders’ suonavamo a Pescara alle Naiadi. Adriano Urriani, titolare del Kontiki, ci chiese di andare a suonare nel suo locale offrendoci lo stesso cachet che prendevamo nella città abruzzese. Io feci notare che aveva già i Pooh (a quei tempi andava molto la loro ‘Piccola Katy’). Urriani mi disse che ci voleva a tutti i costi e dal 15 luglio occupammo il posto dei Pooh riscuotendo molto successo. Avevamo molto più materiale musicale rispetto a loro, suonavamo tutti i tipi di musica e questo ci favorì. Però posso dire tranquillamente che abbiamo ‘cacciato’ via i Pooh da San Benedetto del Tronto…”.

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