SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non trovavo le parole per commentare il cortometraggio “Il Profumo del Mare“, che tanto successo con migliaia di visualizzazioni ha ricevuto anche sul nostro giornale. A realizzarlo amici e anche miei attuali ed ex colleghi di lavoro, e di questo sono piacevolmente felice. E inoltre conosco molto bene gli attori della Ribalta Picena. Bravi.

Giustamente il lavoro, di ottima fattura tecnica ed emozionale, lascia trasparire anche la genuina passione di realizzatori e attori. Senza entrare nel dettaglio del lavoro di Impiglia&Cagnetti e dei collaboratori, che aveva finalità promozionali precise, il video mi ha solleticato una riflessione su San Benedetto, il suo passato e il suo futuro.

L’analisi, che potrebbe dilungarsi molto, può essere riassunta con una frase ben precisa:

“San Benedetto fu nel corso del Novecento,nel  suo piccolo, emblema – nel bene e nel male – degli eccessi del secolo della modernità, è oggi, all’inizio degli Anni Duemila, ancorata ai miti del proprio passato anziché proiettata, con la foga del secolo precedente, verso il Futuro”.

Il fuoco della modernità, qui, poteva ardere quasi senza rischio di bruciare il passato. L’espansione economica e sociale ha avuto una accelerazione che altrove trovava relativi vincoli di forze decise a non perdere la propria egemonia. Ed ecco un veloce elenco di miti dell’età dell’oro: la pesca, l’ortofrutta, la crescita industriale nella Vallata, l’edilizia, il turismo di massa, la Sambenedettese Calcio. Ognuno di loro versa in uno stato di precarietà, crisi, o vera e propria disfatta.

Il futuro, invece? Incerto.

Non si intravedono soluzioni in grado di sostituire quanto avvenuto nei decenni passati; i tentativi più o meno recenti sono tutti falliti: il Parco Marino del Piceno come evoluzione del settore della marineria; la “destagionalizzazione” turistica (chi l’ha vista? e come poi, se alla prima goccia di pioggia non ci sono spazi adatti?); l’Unione dei Comuni della Riviera delle Palme; la “Grande Opera” (va a Grottammare, poco male); la lunga serie di eventi creati nella speranza di caratterizzare a livello nazionale la nostra zona, e tutti poi abbandonati o “distrutti”; i disastri in serie della Samb. Fino ad arrivare, più che alla mancanza di un Piano Regolatore (miseramente fallito) che regola essenzialmente il poco non costruito, all’assenza di un Piano Rigeneratore dell’area già edificata.

Per questo motivo avevo speso molto tempo (e con me molti cittadini) affinché, cogliendo le opportunità di programmazione urbana connesse con il nuovo lungomare sambenedettese, si riuscisse a rilanciare la città. Una seria programmazione avrebbe richiesto un anno di discussioni, confronti, analisi, scenari; avrebbe attivato realmente la partecipazione rispetto alle scelte pubbliche.

Ma oltre a ridefinire il lungomare, era l’occasione per ripensare gran parte degli spazi cittadini già urbanizzati, e quindi da rigenerare: a cosa serve oggi l’area Ex Galoppatoio? Quali sono le opportunità potenziali del Molo Sud? Come relazionare in maniera ottimale e moderna l‘area pedonale del centro con il lungomare? In che modo l’Albula può rappresentare un canale di percorrimento ciclo-pedonale tra lungomare e centro cittadino? Quale ruolo assegnare all’area Ex Tirassegno, alla zona dello stadio Riviera delle Palme? Come modificare la viabilità e la fruizione del lungomare, corsia est, in modo che eventi sportivi o festivi siano compatibili con le altre esigenze dei cittadini? Come agevolare ulteriormente gli spostamenti in bicicletta? Come trasformare i torrenti che sfociano in mare in percorsi ciclo-pedonabili di attraversamento della ferrovia? Si prevede una stazione della metropolitana di superficie?

Non è un libro dei sogni: è uno sforzo progettuale obbligato. Che non può essere affidato ad un singolo ufficio o politico, non perché manchino le capacità tecniche, ma servono le relazioni umane e una conoscenza diffusa di tutte le esigenze cittadine per arrivare ad una soluzione, se non ideale, migliore.

Servono costanza e metodo, non il solito arruffamento assemblearistico risolto in chiusura dal politico di turno, quando tutti sono stanchi. Tutto scritto, certificato, le chiacchiere fà i piducchjie.

Non è questione di denaro mancante: una volta definito l’obiettivo tutti insieme, il mattone andrà posto nel momento in cui sarà disponibile.

La proposta dell’amministrazione (sembra) rischia invece di mettere un nodo attorno a questa ennesima possibilità: realizzare 400 metri significa di fatto ipotecare lo sviluppo dei due chilometri mancanti e vincolare qualsiasi decisione futura (per decenni). Il paradosso è che nove anni di dormita vogliono essere riscattati elettoralmente con 400 metri di mera riqualificazione cosmetica, e così vincolare per decenni l’intera città.

Onorati, il progettista del lungomare negli anni ’30, viene sempre citato ma ebbe una visione in prospettiva quasi secolare su ciò che si andava realizzando; oggi, invece, si spendono due milioni di euro solo per speculazione elettoralistica. Scusate, non lo si può permettere, specialmente da parte di chi ha ignorato del tutto i tentativi di partecipazione.

I cittadini hanno prodotto partecipazione e progettazione di altissimo livello.

La stanza del Comune è rimasta chiusa ad ogni dialogo. 

Questa colpa politica non è giustificabile e non può consentire che si commettano errori sulla pelle di San Benedetto.

Presto la seconda parte di questo post, altrimenti troppo lungo. Perdonatemi.

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